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Steve Hackett
Genesis Revisited II
2012
Inside Out Music
di Chiara Felice
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Steve Hackett ha il volto dell'uomo dal carattere serafico, niente sembra spostare il baricentro del suo benessere interiore. E deve volerci proprio una bella dose di pazienza per portare avanti un continuo lavoro di omaggio al proprio passato; già, perché a quasi due decadi di distanza arriva il secondo lavoro dedicato completamente alla sua storia passata con i Genesis. Genesis Revisited II è un'opera quasi faraonica se si considera la lunghissima lista degli artisti ospiti nell'album, un doppio disco davvero difficile da digerire e non perché suonato male dal punto di vista tecnico, ma molto più semplicemente perché resta anni luce distante da ogni coinvolgimento emotivo.
Se si decide di riprendere in mano il passato si è altrettanto consapevoli di andare incontro a continui paragoni ed in questo caso è davvero difficile esimersi dal farli. Prima di tutto analizziamo la strada intrapresa da Hackett, nelle cui intenzioni non c'era la benché minima volontà di stravolgere tasselli che combaciavano perfettamente nelle versioni originali, cosa che invece si è azzardato a fare Gabriel – e qui mi accorgo che il paragone è eccessivo, anche perché si esce dall'ambito Genesis – con il suo eccellente New Blood, nel quale ha spogliato alcuni dei suoi vecchi brani da solista, donandogli nuova linfa vitale. Nel caso di Genesis Revisited II troviamo solo un esercito di artisti che eseguono le proprie parti e qualcosa sembra sempre incrinarsi perché manca proprio quell'afflato e quella genuina (in)consapevolezza che caratterizzava gli originali. Brani come Supper's Ready piuttosto che Dancing With The Moonlight Knight sono solo un esempio di quanto l'assenza della teatralità di Gabriel crei una voragine che è impossibile colmare. Circondarsi di musicisti notevoli (da John Wetton a Steven Wilson, passando per Neil Morse e Mikael Akerfeldt, solo per citarne una piccolissima parte) non basta. Non può bastare. Quando si omaggia il passato si cammina sempre sul filo del rasoio, ed è più facile tagliarsi piuttosto che arrivare alla fine incolumi. La sensazione è che un album del genere, un omaggio del genere, dovrebbe esser fatto da quel gruppo di ragazzi che appena adolescenti si riunisce in uno scantinato con una strumentazione tirata su alla meno peggio, che sanno leggere con gli occhi dello stupore brani dalla bellezza scultorea; ragazzi che a quell'età non vogliono far altro che stravolgere ciò che hanno assimilato e non eseguirlo come si eseguirebbe una fuga di Bach.
Steve Hackett ha saputo dimostrare molto con la sua carriera solista, non si capisce il senso ultimo di un lavoro del genere e non lo si capisce perché ciò che è passato, dovrebbe restare tale, tranne alcune particolari eccezioni. Detto questo, ovvio che il disco suoni bene, che indubbiamente alle spalle ci sia un gran lavoro da parte di tutti, ma alla fine dei conti il risultato è quello di un “best of” profondamente slegato, dal quale non emerge un reale filo conduttore tra le varie canzoni. Vedremo dal vivo come si presenterà questo progetto.
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http://www.youtube.com/embed/FtOg-CApS3o
15/10/2012 -
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