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“Wisdom's a gift, but you'd trade it for youth / Age is an honor - it's still not the truth”. I Vampiri sono cresciuti e ce lo dimostrano con un album intriso di riferimenti allo scorrere del tempo, alla maturità e alla morte, senza però rinunciare al loro stile inconfondibile, fatto di brani colmi di citazioni, ironia e melodie eleganti. Alla soglia dei trenta, il quartetto newyorkese fa i conti con il passaggio all'età adulta, mostrando una crescita compositiva che va di pari passo con quella umana, permettendogli di affrontate temi personali con un'eco universale, dando all'album una dimensione, contemporaneamente, intima e collettiva.
Modern Vampirires Of The City, titolo preso dal primo verso di One Blood del cantante jamaicano Junior Reid, chiude dunque una trilogia iniziata con il debutto del 2008 con l'omonimo album, anticipato dal singolo Mansard Roof, e proseguito con Contra, pubblicato nel 2010. Registrato tra Los Angeles e New York per la XL Recordings, etichetta indipendente che vanta produzioni di nomi eccellenti come M.I.A., The White Stripes e Sigur Rós, MVOTC è la definitiva consacrazione dei quattro come indiscussi protagonisti dell'indie rock. Etichetta questa che, in realtà, suona quantomeno limitata se ci si sofferma ad analizzare le varie stratificazioni musicali e testuali che caratterizzano i brani dei Vampire Weekend, fatti di riferimenti storico/letterari e omaggi a generi tra i più disparati, con uno stile di scrittura a tratti criptico e un'attenzione alle rifiniture quasi maniacale. Non a caso, per completare la registrazione del loro terzo album in studio, Koenig e soci hanno impiegato oltre tre anni, con l'obiettivo di realizzare un lavoro che tendesse il più possibile verso una perfezione formale e contenutistica. Il risultato è condensato in dodici tracce che sintetizzano al meglio il cambiamento del gruppo verso una rotta più “minimale”. In effetti, MVOTC è un album più riflessivo non solo nei testi ma anche nelle melodie. Dalle esplosioni orgiastiche di suoni e ritmi di Cousins o One (Blake's Got A New Face), Rostman co-produce con Ariel Rechtshaid un album, tranne qualche eccezione, più controllato a livello musicale. Rimane intatta, anche per questo album, l'orchestrazione di un numero cospicuo ed eterogeneo di strumenti, sebbene sembrino essere lievemente frenati per esaltare e puntare l'attenzione sul contenuto testuale. L'elemento più evidente è il richiamo massiccio alla musica classica, con l'utilizzo del piano e dell'organo in chiave barocca come testimoniano, ad esempio, Don't Lie e Hey Ya. Utilizzo questo che nella musica pop fu sdoganato dal genio produttivo di George Martin che lo introdusse, per la prima volta, in In My Life dei Beatles contenuta in Rubber Soul.
Apre il disco Obvious Bicycle con le sue percussioni dai ritmi africani, ripresi anche in Everlasting Arms, e già ampiamente presenti nei due dischi precedenti, qui addolciti dall'andamento lieve della melodia e dal coro etereo. Unbelievers, con un beat deciso e vivace, mantiene vivo il tradizionale approccio dei quattro alla struttura musicale. Si prosegue con Step e Diane Young, i primi due singoli estratti per anticipare MVOTC, che ben evidenziano quello che i Vampire Weekend sono stati finora e dove si stiano dirigendo. La prima, omaggio a Step To My Girl del gruppo hip hop Souls Of Mischief, ricorda M79 nell'uso dell'organo arricchito di elementi elettronici e una base ritmica che mantiene i riferimenti di genere dell'ispiratrice. Il video, poi, con le sue immagini di New York City è un mix di citazioni che vanno dal bianco e nero del Manhattan di Woody Allen allo stile inconfondibile della grafica di Wes Anderson. Altro discorso per Diane Young che, con il suo gioco onomatopeico tra “diane” e dying”, è la canzone che più si discosta dalla linea melodica del disco grazie ad una base ritmica anni '80, chitarre rock'n'roll, voce distorta e andamento a singhiozzo. Uno degli episodi più riusciti è sicuramente Hannah Hunt, gioiello pop dai contorni sfumati da melodie hawaiane che si fondono con il piano malinconico e l'inconfondibile stile canoro di Koenig. Hudson, invece, con il ticchettio dell'orologio a scandire l'inesorabile avanzare del tempo, la marcia lenta e sinistra impreziosita da un coro degno delle atmosfere de La Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel T. Coleridge, è il brano più cupo del disco. In MVOTC c'è anche spazio per i riferimenti alle origini di Rostam come dimostrano il synth di Worship You e la melodia di Young Lion, adattati alla musica popolare persiana, contaminata da elementi elettronici nel primo caso e uniformata alla linea barocca del piano nel secondo.
In definitiva quello dei Vampire Weekend è un album sublime, sofisticato e seducente con la sua ambiguità di citazioni, significati e sonorità, riconferma dell'eccellente talento del duo Koenig/Rostman che, in MVOTC, ama giocare a mischiare Bach con l'elettronica, la morte con il sarcasmo, ragazze ortodosse con vecchie Saab incendiate.
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