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Dopo il magnifico debut album della tedesca Andrea Schroeder, la Glitterhouse Records, etichetta tedesca sempre attenta alla musica di qualità, concede un favoloso bis pescando ancora nel vecchio continente o, ancora meglio, nell’incontro tra Howe Gelb (ex Giant Sand) e la band danese dei DeSoto Caucus. Il cantante di Tucson, colpito dalla bravura e dalla professionalità di questi ultimi, ha deciso di avvalersi della loro collaborazione non solo in occasione dei suoi lavori solisti (ricordiamo The Listener del 2003) ma anche come band di supporto durante i suoi concerti. Con Howe Gelb come padrino, i The DeSoto Caucus hanno così potuto esprimere tutta la loro passione e la loro anima country-folk sintonizzandosi direttamente sulle frequenze di Tucson.
Dopo il debut album dal titolo Elite Continental Custom Club del 2006, passato, a dire il vero, inosservato, Offramp Rodeo è un disco sognante. A mio modesto avviso, questo lavoro dovrebbe rimanere a lungo nella discografia di ciascuno di noi per essere riascoltato, di tanto in tanto, nell’intimità della nostra stanza. Concepito durante anni di viaggi tra gli isolati spazi della campagna danese fino ai paesaggi desertici dell’Arizona, il progetto in questione è composto quasi interamente da roadsongs dal sapore vintage. Il produttore è lo stesso Nikolaj Heyman, già collaboratore di Mark Lanegan. L’influenza stilistica di quest’ultimo è presente in più di un brano del disco (ascoltare per credere il magnifico pezzo intitolato OCB). In definitiva, Offramp Rodeo ha tutte le carte in regola per lasciare il segno: un folgorante hit single (Live In The Stream), e nove ballads intimiste senza tempo, suonate in solitudine all’imbrunire della sera, intrise di povere, ricordi e malinconia. Si rimane affascinati dalla qualità compositiva e dall’ispirazione di tutti i brani del disco. Il pezzo Leaving Odessa è un parente strettissimo di Showbiz Blues di J.J. Cale, mentre in Polaris c’è tutto lo spirito di Neil Young. Il brano che da il titolo al disco, ovvero Offramp Rodeo, ricorda alcuni pezzi acustici del Gilmour solista.
Il disco si chiude con la struggente e desertica Last Call, con un arrangiamento particolarmente godibile a base di organo, maracas e chitarre acustiche che sembra quasi di immaginare che a suonare siano i Calexico che accompagnano Mark Oliver Everett. Ma, invece, sono solo ed esclusivamente le magie di quattro cowboys venuti dal countryside danese con Neil Young e Townes Van Zandt nel cuore.
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