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Uno dei ritorni più attesi dell’anno è finalmente realtà. Uno degli album di cui si è più parlato è finalmente alla portata di tutti gli apparati uditivi. Un album con un numero di partecipazioni tale a poter gareggiare a testa alta addirittura con l’ultimo lavoro dei Daft Punk. Andiamo per ordine però. ”Like Clockwork” si apre come meglio non potrebbe, Keep Your Eyes Peeled infatti è la massima resa di ciò che un navigato conoscitore o uno spasmodico amante dei Queens Of The Stone Age possono attendersi dalla compagine capitanata da Josh Homme. Il pezzo si apre con l’irruzione di un chitarrone accordato in tonalità talmente bassa ed oscura da odorare di zolfo infernale, che scandisce il tempo mentre subentrano ulteriori schitarrate acide e desertiche, preludio alla voce di Homme, inconfondibile. Ad ogni modo chi si aspetta un album monotematico o che non abbia nulla di nuovo da dire si sbaglia. C’è chi l’ha definito “stoner-pop”, sicuramente il marchio di fabbrica Qotsa prevede anche pezzi come I Sat By The Ocean, meno aggressivo e più “allegrotto”, addirittura solare, ma non per questo banale.
Le piacevoli sorprese arrivano già con il terzo brano della tracklist, The Vampire Of Time And Memories, che probabilmente ha figuratamente ispirato l’artwork del disco e che nella fattispecie è un pezzo dal mood malinconico, retto principalmente da piano, soli poco invasivi ma acidi al punto giusto ed un piacevolissimo retrogusto fine anni 70. Le primissime note e sonorità di If I Had A Tale hanno una preoccupante somiglianza con quelle di Mr Brightside dei Killers, ma grazie a Dio è soltanto un’impressione fugace anche se poi il pezzo, nato evidentemente sotto una cattiva stella ha un andazzo tutto sommato prevedibile e scontato, sebbene il groove sia piacevole (sono pur sempre i Qotsa) ed il ritornello decisamente possente. In definitiva tutto il pezzo lascia un po’ il tempo che trova, come anche la curiosa “coda” del brano, in cui si riconosce la voce di Alex Turner degli Arctic Monkeys (nei crediti del brano figurano anche Mark Lanegan ed il folgorato ex bassista dei Qotsa Nick Oliveri), band che deve la sua affermazione definitiva proprio a Josh Homme che qualche anno fa li aveva presi sotto la sua ala protettrice in veste di produttore.
Il Dio da ringraziare davvero è il sole, come ci dice Homme in quello che era stato il primo teaser di questo disco, My God Is The Sun. Riff tagliente, penetrante e poi quell’alternanza con tra voce piena e falsetto, che nel caso del rosso cantante ex-Kyuss è sempre gradevolissima, il tutto che conduce ad un ritornello solenne. Kalopsia sembra quasi un “pezzo-scherzo” o una ghost song, sicuramente è frutto di follia congenita, ma di quelle che si esaltano nel genio e nella bravura di una band come questa. La stranezza di questo brano, per il quale collabora anche Trent Reznor (Nine Inch Nails), è data un po’ dal mood, volutamente ridicolamente soft, frutto di un mix tra il tema di “Twin Peaks” ed una gioiosa ballata anni 50. Ad un tratto quest’atmosfera viene brutalmente spazzata via dall’assurda entrata di una chitarra distortissima, che di fatto è come se introducesse un’altra canzone (nella canzone) agli antipodi da tutto quello che avevate ascoltato fino a quel momento, per poi ritornare di nuovo a quella di prima quindi concludersi distorta e rendersi conto alla fine che si tratta semplicemente di strofa e ritornello, anche se ci vuole una certa dose di follia per potersene convincere a pieno.
Un intro corale morriconiano apre invece Fairweather Friends, il pezzo con i featuring decisamente più attesi, i bis di Trent Reznor e di Nick Oliveri cui si somma un favoloso Elton John al piano, che incalza le chitarre con lo stesso stile rock’n’roll degli inizi della sua carriera. Smooth Sailing è una bomba atomica funky che ricorda i tempi in cui i Red Hot Chili Peppers erano un gruppo che valeva la pena ascoltare e che sarebbe anche da mandare ai Muse (recentemente usciti con il singolo Panic Station) con un biglietto con su scritto “QUESTO è un pezzo funk che spacca”. Il penultimo brano, I Appear Missing (che sarebbe stato meglio fosse stato effettivamente l’ultimo), è anche il più lungo di tutto il disco, fatto principalmente dall’alternanza tra una strofa tranquilla e vagamente malinconica cui subentra un ritornello più impetuoso e trascinante, fino al gran finale su cui le chitarre si sommano e da cui emerge un assolo struggente che insieme alla voce di Homme conduce alla conclusione.
L’ultimo brano, la title-track, è forse fin troppo pacato, fatto per la prima metà solo di piano e voce, ma anche quando entrano gli altri strumenti la sostanza non cambia di molto. Non che sia un pezzo malriuscito, ma la formula perfetta forse sarebbe stata con Like Clockwork come ghost-song o bonus track. I Appear Missing, con il suo epilogo epico, sarebbe stata infatti la chiusura perfetta per questo ottimo disco, che acquisisce valore ascolto dopo ascolto, forse meno diretto degli altri lavori, ma sicuramente tra i più multi-sfaccettati, ma non per questo etichettabile come “commerciale” oppure privo di filo conduttore.
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