|
”It’s Volbeat time, again, guys”. La rock band danese sa come tenere alta l’attenzione attorno a sé, e centra un bersaglio dopo l’altro grazie ad album sempre brillanti e dalla forte personalità. ”Outlaw Gentlemen & Shady Ladies” non fa eccezione, e in questo caso di infallibili pistoleri si parla parecchio, data la venatura country-western che percorre tutta la tracklist. La miscela di hard rock, punk, country e metal dei Volbeat ha subito alcune modifiche rispetto a “Beyond Hell/Above Heaven” (non è cambiato, invece, il gusto per i titoli “dualistici”). Chi si aspettava che l’ingaggio in pianta stabile di Rob Caggiano avrebbe “metallizzato” il sound dei Volbeat forse rimarrà deluso. Anzi, “Outlaw Gentlemen & Shady Ladies” è nettamente più user-friendly del suo predecessore. Ma questo non è necessariamente un male, posto che la scintilla della band è rimasta inalterata.
Si parte con Let’s Shake Some Dust, breve intro strumentale che ci catapulta direttamente sul set di “Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo”. Le atmosfere alla Sergio Leone non ci abbandonano neanche nelle successive Pearl Hart e The Nameless One, anche se la prima, seppur movimentata e piacevole, sa davvero di troppo spensierato per una band che, per dritto o per rovescio, ha comunque radici saldamente piantate nella musica cosiddetta “pesante”. Ben più rappresentative, a questo riguardo, sono le splendide The Hangman’s Body Count e Doc Holliday, magistrali midtempo che esemplificano perfettamente il sound dell’album. In Lonesome Rider, con la complicità della cantante Sarah Blackwood, nella già eclettica formula Volbeat fa la sua comparsa anche il rockabilly. Punto interrogativo su The Sinner Is You, carina, sì, ma un po’ fiacca; e ulteriori spiegazioni ci riserviamo di chiederle, alla prima occasione, anche sulla cover della già di per sé inutile My Body degli Young The Giant. Bene invece Black Bart, un supersonico pezzo punk-metal in cui Michael Poulsen si diletta a fare il Lemmy della situazione, e Lola Montez, frizzante e divertente espressione dell’anima più punk-rock e scanzonata della band. Più scontato, ma non per questo meno epico, il singolone Cape Of Our Hero, ma non c’è paragone con i due carichi da 90 che inevitabilmente dominano la tracklist: la conclusiva Our Loved Ones, un lentaccio dagli umori doom, e Room 24, ovvero quello che mai ti aspetteresti dai Volbeat. Sfido io: quegli acuti contro cui anche la più ferrea delle polizze cristalli è destinata al fallimento appartengono proprio all’inconfondibile King Diamond, di ritorno in studio di registrazione dopo la riabilitazione post-infarto, ed è ovvio che il pezzo risenta di cotanta collaborazione.
Di fatto, siamo quasi di fronte a una versione soft dei Mercyful Fate, che se da un lato non incarna al 100% lo spirito dei Volbeat, dal punto di vista compositivo stacca di diverse lunghezze tutte le altre, seppur ottime, tracce – con la sola eccezione, forse, di Our Loved Ones. E’ una valutazione strettamente personale, ma concedetemela: per ‘Colei Che Farnetica In Questa Pagina’, infatti, qualunque cosa passi attraverso la prodigiosa ugola di Kim Bendix Petersen assume automaticamente un afflato divino, che si tratti della Dichiarazione d’Indipendenza o di un verbale dei vigili urbani per sosta vietata. Le quotazioni di popolarità dei Volbeat sono dunque decisamente in salita. Fortunatamente, non siamo in presenza di una manifestazione della temuta proporzionalità inversa, che abbassa specularmente gli indici di qualità. Anzi, speriamo che con questo approccio più diretto i danesi riescano finalmente a conquistare lo status di grande band che gli spetta.
TRACKLIST: 01. Let’s Shake Some Dust 02. Pearl Hart 03. The Nameless One 04. Dead But Rising 05. Cape Of Our Hero 06. Room 24 07. The Hangman’s Body Count 08. My Body 09. Lola Montez 10. Black Bart 11. Lonesome Rider 12. The Sinner Is You 13. Doc Holliday 14. Our Loved Ones
|