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Il folk al femminile molto spesso può essere un discorso ricercato ma diretto, femminile ma schietto, elegantemente senza fronzoli, minimale nel comporre scene private al contempo intriganti e ingenue. Questo è Once I Was An Eagle, quarto album dell’acclamata reginetta della scena londinese Laura Marling, che insieme ai Mumford And Sons e a Noah And The Whale è portavoce della nuova ondata di cantautorato pop travestito da folk made in UK.
Certo, 16 tracce sono, confronto alle 10/12 dei lavori precedenti, un bel passo avanti, ma viene da chiedersi, ancora prima di averlo sentito, se l’album nell’insieme non sia un po’ troppo lungo e dopo il primo ascolto la risposta è inevitabilmente: si! Ad ogni modo la malinconia nostalgica dei primi album è messa da parte e le canzoni si tingono di colori più cupi, suoni più retrò e maturi. Sembra una crescita, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, dall’essere una ragazzina slavata con una chitarra al divenire una donna, elegante, seducente, misteriosa. L’idea sembra essere quella di intavolare un discorso musicale che viene portato avanti passo passo da una traccia all’altra con una soluzione di continuità che è però una lama a doppio taglio, soprattutto nella prima parte del disco, che sembra essere composto da variazioni sul solito tema, finché non si arriva a prendere un ampio respiro con Where I Can Go e si resta affascinati finalmente dalla semplicità di Once, che sposta il discorso su un piano diverso, musicalmente meno strutturato, vocalmente meno cantato e più parlato, assolutamente più folk rispetto alle prime nove tracce precedenti, con qualche eco alla Suzanne Vega.
In definitiva un album troppo lungo che sembra composto di due sezioni tra loro lontane e vicine, in cui però stranamente in discorso non si conclude a metà o prima della fine, ma inizia ad appassionare sulla media distanza, come qualcosa lasciato a mezz’aria e poi ripreso con improvvisa forza, per poi restare in sospeso sul finale di Save These Words.
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