|
Poche storie: non ci sarà nessuna difesa a oltranza, nessun accanimento terapeutico (a quello ci pensa già il dottor Ozzy e le sue improbabili cure) per tenere in vita i corpi malandati, nessun timore riverenziale né avvocati (sì al plurale, perché non ne basterebbe uno considerato questo scempio) del diavolo ingaggiati per proteggere i nostri beniamini.
Ci “tocca” recensire 13, nuovo lavoro dei Black Sabbath con Rick Rubin alla regia, e lo faremo apertamente, con onestà. La band, in formazione incompleta, torna in attività con un nuovo lavoro le cui motivazioni potrebbero essere tante: nostalgia, senilità e voglia di suonare insieme. Ma una, fra le tante opzioni, non necessita del condizionale: salire sull’ultimo treno dei soldi facili. Solo di questo stiamo parlando proprio ora e qui, di soldi. 13 è un’operazione di marketing bella ma non buona, lontana millenni dalla musica rock e dal suo concetto scardinante e distante 40 anni dalla musica dei Black Sabbath stessi.
L’operazione è riconoscibilissima, come per l’avvicinarsi di nuvole plumbee all’orizzonte, cariche e minacciose, che nulla di buono lasciano presagire se non una pioggia disastrosa. La stessa pioggia, nel 1970 aveva caratterizzato il loro esordio accompagnata dalla campana sinistra che incalzava anime in fiamme e in fuga dal maligno, oggi è banalmente citata nella conclusiva Dear Father, scelta per la chiusura di un cerchio che ormai non esiste più. I conti non tornano: la vergognosa espulsione di Bill Ward (grazie Sharon Osbourne e Black Sabbath tutti), il disfacimento totale di Ozzy che ha passato gli ultimi due anni a drogarsi più pesantemente del solito, perdendo il già flebile contatto con la realtà, e la devastante malattia di Tony Iommi sono gli unici punti fermi di questo presente sabbatico più che sabbathiano.
13 è un aborto, un disco nato morto che vanta vecchi nomi, dal passato glorioso, e nuove leve che sommati fra loro però tradiscono totalmente le aspettative senza raggiungere il risultato agognato. Per i fan, per l’etica della musica e soprattutto per la band stessa, il danno di operazioni di tale portata risulta per ora incalcolabile.
Ma passando ai brani: il nuovo lavoro si apre sulle note di End Of The Beginning, titolo quanto mai esplicativo, palesemente ricavata da Black Sabbath (ascoltate il passaggio fra chorus e bridge e capirete tutto) della durata di otto minuti durante cui la band snocciola tutto il bagaglio accumulato in 40 lunghi anni, citandosi fino al sopravvenuto sfinimento (dell’ascoltatore). Il canto è sempre acido ma fuori fuoco, la forma vocale di Ozzy è ai minimi storici, il tanto pericoloso e invidiato rifferama di Tony inefficace, bisogna affidarsi ai ricordi per riprovare qualche brivido. Brad Wilk, imbeccato dalla regia, si setta sullo stile di Bill ma senza la pretesa di rimpiazzarlo, al massimo di sostituirlo senza riportare troppi danni. Sullo stesso stile esasperante e lento gira God Is Dead?, singolo che sfrutta il “solito” rifferama luciferino (più nei suoni che nel risultato) per poi aprirsi sulla soluzione melodica in cui Ozzy fa il verso al capolavoro War Pigs trascinandosi dietro l’allegra (si fa per dire) compagnia. I riferimenti al mondo del sabba nero, disseminati in questo percorso, sono così tanti che sembra superfluo citarne anche solo uno. Chiunque ci potrebbe arrivare senza il benché minimo sforzo e senza essere un fan ossessivo, e ossessionato, del combo di Birmingham.
Senza paura di essere smentiti possiamo affermare con serenità che il capito(mbo)lo più insignificante lo toccano con Loner, un’accozzaglia di sabbathismi di scarsa qualità, assemblati con magistrale perizia da un attento scaffalista (questa volta non lo si può negare) del rock come Rubin. Paradossalmente anche la ballata jazz blues Zeitgeist malamente mutuata da Planet Caravan (ma senza avere la sua claustrofobica e magica spinta) è uno dei pezzi più riusciti dell’intero disco, prevedibile e fuori tema sì, ma quantomeno solido. Leggermente meglio fa Age Of Reason, la band prova a scrollarsi di dosso quattro decadi di polvere (bianca?) sfoggiando un rifferama granitico e dissonante ma non del tutto sincero. Il tutto è tenuto in piedi solo dall’immenso basso di Geezer che finora non avevamo nominato invano, perché è pur sempre di un DIO che stiamo parlando. Il suono di Iommi è (ri)pulito in studio, più propenso alla melodia prodotta con Ronnie James Dio che ai riff cavernosi dei primi lavori. Se Toner era stato un tonfo totale, Live Forever è un passaggio tronfio e autocelebrativo, puzza di stantio lontano un miglio, roba che anche il setto nasale di un cocainomane high addicted, riuscirebbe a distinguere.
Le tre bonus track, sembrerà ridicolo, vanno quasi a rialzare le sorti di un disco condannato all’infame esilio dalla memoria. Il trittico prevede Methademic: take introdotta da una chitarra acustica che man mano acquista velocemente spessore hard rock forgiato sui riff ribattuti del chitarrista e sui pattern rocciosi di Wilk. Segue Peace Of Mind, brano molto vicino agli ultimi spompati Soundgarden ma salvato, come sempre, dal basso di Geezer mentre Iommi indugia, perdendosi, su un giro di accordi che potremmo definire la Canzone del Sole del doom. Se potessimo teoricamente eliminare per un attimo il lavoro di Geezer Butler assisteremmo all’implosione programmata e spettacolare dell’intero disco. Il suo contributo è l’unico vero collante che tiene in piedi il tutto (con molta fatica, sia chiaro). Chiude Pariah, condizione in cui i Sabbath si sono autocondannati, che nulla toglie o aggiunge a quanto finora detto.
Di conseguenza quello che ci chiediamo è: che senso ha tutto questo oggi? Cosa cambia nell’economia del rock e nel ruolino personale della band? Niente, è meglio chiarirlo fin dall’inizio. Ameremo sempre i Black Sabbath, che tutt’ora ci fanno provare brividi emozionandoci allo stesso modo di quando avevamo 15 anni durante l’attacco sonico di Iron Man o War Pigs. Sono stati la più temibile e grande band di (blues) hard rock (doom) che il pianeta abbia mai concepito.
Potendo scegliere vorremmo liberarci di questa zavorra, far finta che 13 non sia mai uscito, saremmo disposti anche a prenderlo con noi se domani la band chiedesse scusa e licenziasse un bel disco, ma per ora non ci resta che preferire di gran lunga il rifferama ribassato che ci ha fatto letteralmente saltare il culo 43 anni fa. Vorremmo abbracciare ancora quei picchi emozionali che evocano tutt’ora i loro dischi. Ameremmo alla follia un altro attacco dinamitardo a là Paranoid o l’infernale riff luciferino che ci faccia correre via insieme a Ozzy mentre il mastino infernale c’incalza. Ma non è con il patetico 13 che potremo farlo, la sua insufficiente mediocrità artistica, ma soprattutto musicale, è sotto gli occhi di tutti, anche dei fan più ciechi e ottusi. Se queste parole non dovessero bastare o fossero erroneamente scambiate per un’opinione personale, basta andare in rete per osservare, con dolore palpabile, le ultime loro prove dal vivo. L’ex mangiatore di pipistrelli versa in condizioni davvero penose: fuori forma, fuori registro e così fuori di testa che sembra cantare canzoni diverse da quelle che il gruppo, nonostante tutto, tenta disperatamente di suonare. La faccia, già tirata e sofferente, di Tony di fronte a questo indegno spettacolo la dice lunga sul futuro del tour e della stessa band.
Per concludere: è chiaro che tutte, o quasi, le date andranno sold out e che i Sabbath faranno molti più soldi con questo disco che con l’intera discografia. Ma stavamo parlando di musica mi pare o siamo a un seminario di marketing e io mi sono addormentato sulle note di Sleeping Village? Qualcuno ci accuserà di non avere cuore, di non essere dei veri fan, di non prendere in considerazione tutte le giustificazioni del caso. Niente di più lontano dalla realtà, abbiamo considerato tutto e proprio per questo siamo ancora più tristi e imbestialiti di prima. Preferiamo tenerci un ricordo vivo e romantico di ciò che fu perché, è ora che tutti lo sappiate, a volte anche i miti muoiono, ma non perché vengano uccisi dal tempo, semplicemente perché si autodistruggono attraverso scelte indifendibili.
|