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I Ministri hanno scalato la scena musicale italiana in questi anni imponendosi a suon di concerti, tra la miriade di band più o meno famose che girano lo stivale, sempre alla ricerca di una maggiore visibilità. Ne viene da sé che questo fosse uno degli album più attesi, seguito da un tour che ha fatto soldout per diverse date consecutive. Vi sono voluti nove mesi di lavoro, interrotti solo dalla data al Sziget di Budapest, per creare queste 13 tracce che compongono quello che i Ministri stessi definiscono “il loro bambino”. L’album si apre con Mammut, traccia che definirei “acida”, sia a livello musicale con l’apertura a chitarre distorte e la voce grattante, che a livello di testo, ne sono un esempio due frasi ricorrenti per tutta la canzone: “Ma uno di noi si sbaglia uno di noi si schianterà / con la stessa voglia e con la stessa rabbia”, con un gridato in chiusura che ripete diverse volte il titolo della canzone stessa, e ciò che questa canzone sembra sicuramente voler dire è: “Hey! Siamo i Ministri e siamo tornati.” Si passa poi a Comunque, primo singolo estratto dall’album, e probabilmente una delle canzoni più vicine allo stile vero e proprio della band: strofa in progressivo crescendo con esplosione nel ritornello, che però diventa un piccolo freno rispetto al ritmo della prima canzone. Le Nostre Condizioni è il titolo della terza traccia, riff incalzante e batteria che fa venire voglia di saltare solo ad ascoltarla. Con La Pista Anarchica si ha poi un attimo di tregua, e benchè dall’intro potrebbe sembrare una canzone d’amore è meglio dedicare l’attenzione al testo, cinico e crudo, come i Ministri ci hanno abituati fin dagli esordi. Si riprende in crescendo con Stare Dove Sono, con il ritornello che più spicca tra tutti: “Non voglio stare dove sonoDiceva chi tornava giù E se a togliere i colori Fossero proprio le amibizioni È da sempre che lavoro Solamente sull’idea che hai di me” e che si impone tra le restanti tracce per la sua solidità sia nel testo che nella musica.
La tensione poi continua a salire con Spingere, musica incalzante e testo in crescendo, fino a raggiungere il culmine nella strofa conclusiva, che riprende il ritornello e ripete le parole finali in un gridato molto coinvolgente: “E i chilometri e i chilometri / di scogliere e di discariche / di balconi affacciati sui binari e sugli svincoli / non abbiamo altro al mondo / che distruggerci e poi salvarci / prima che sia troppo tardi per / i farmaci e per le plastiche / questa voglia di superarsi / e di spingere e di spingere”. Se Si prendono Te è la settima traccia, molto sentita e che potrebbe diventare la nuova canzone su cui Divi (il cantante) fa stage-diving nei live. Caso Umano è l’unica scritta dal cantante, la cui voce raschiante la caratterizza e che fa da preludio a Mille Settimane, dove ci sono tutti i segni caratteristici dei Ministri, e si riconosce una evidente crescita nello stile e nella personalità del gruppo e qualunque fan “datato” può ritenersi pienamente soddisfatto. La decima traccia, I Tuoi Weekend Mi Distruggono, è il primo passo deciso verso la parte finale dell’album, seguita da I Giorni Che Restano, una delle canzoni che ad un primo ascolto mi sono rimaste meno impresse, ma che dopo un esame più attento ed approfondito mi è sembrata la più meritevole da essere promossa ufficialmente a “canzone degna di nota”.
Con La Nostra Buona Stella ci si avvia davvero verso la chiusura, un brano dal vivo davvero bello che dà molta carica e fa capire il valore del gruppo e le potenzialità sul palco nelle versioni live. Tra tutte le tracce dell’album, quella finale non poteva che essere Una Palude, testo che lascia un po’ l’amaro in bocca, ma che rimane un degno finale in quanto esprime quella visione poetica e metaforica che completa un viaggio onirico durato tredici tracce e che si chiude con “Piovono rane dall’alto del cielo / la gente in strada che dice ancora / piovono rane dall’alto del cielo / non vogliono perderne neanche una” . “Per Un Passato Migliore” a livello musicale si presenta molto ben strutturato, i Ministri sono riusciti a rinnovarsi pur mantenendo quei tratti che li rendono immediatamente riconoscibili, come ad esempio la potenza della batteria, suonata da Michele Esposito pari alla potenza di uno schiacciasassi. I testi, forse un po’ troppo enigmatici, sono la parte su cui il gruppo dovrà probabilmente focalizzarsi maggiormente in futuro ma mi convinco sempre più che questo sia un gruppo che deve essere ascoltato, almeno una volta, in concerto per poterlo comprendere ed apprezzare a fondo.
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