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Proseguono con successo le manovre universali di riavvicinamento agli anni d’oro dell’heavy rock. L’enorme macchina del tempo puntata sulle coordinate comprese tra i ‘60s e gli ‘80s, in realtà, è in piena attività su scala globale e non solo a livello musicale: la pandemia del vintage impazza in tutti i campi, dall’abbigliamento alla TV e se il mondo dell’hard rock e del metal appare più coinvolto di altri è perché proprio in quegli anni ha trovato la sua definizione e la sua consacrazione. Wolfmother, Airbourne e molte altre band di nuova generazione hanno messo in moto un’inarrestabile rincorsa alle origini, e il ritorno sul campo di battaglia di vecchi leoni come i Deep Purple o i Black Sabbath conferma che il rock sta rifuggendo dalle mode, dai remix, dai campionamenti e dalle masturbazioni che lo hanno intossicato e nauseato negli ultimi quindici anni. Personalmente, me ne frego se Ian Gillan e Ozzy Osbourne non sono più quelli di quarant’anni fa, se Robert Plant non ha più la voce, se gli Iron Maiden non pubblicano un album decente da “Dance Of Death”, Dio è morto e i Megadeth vanno a corrente alternata assecondando l’andamento karmico di Dave Mustaine: al diavolo, qualunque cosa suonino, volete mettere a confronto questa gente con i segaioli seriali in materiale plastico scadente vomitati in gran numero dal music business, e dei quali l’anno prossimo non si sentirà più parlare? Ma non esiste.
Tra le nuove leve maggiormente votate all’operazione che io chiamo “Rock Back To The Roots”, non si possono non citare i texani Scorpion Child, votati a un sound esplicitamente zeppeliniano, a partire dalla particolarissima vocalità di Aryn Jonathan Black. Il singolo Polygon Of Eyes riassume un po’ tutte queste caratteristiche, ma non è il solo brano ad attrarre l’attenzione nel primo album eponimo degli Scorpion Child. In una tracklist equilibrata e rocciosa, spiccano anche l’opener King's Highway o Paradigm, nelle quali alla ribalta non è solamente la voce di Black, ma la capacità dell’intera band di produrre un wall of sound memorabile, carica esplosiva mista a grande senso della melodia. Si perde qualcosa nelle track più lente come Antioch, Liquor e Red Blood, non certo per vena compositiva e creativa inferiore, ma perché semplicemente Black e soci non sembrano possedere una propensione particolare alla struttura della ballad. Finché si limitano a fare quello per cui il Dio Rock li ha creati – rock duro, massiccio, galvanizzante – vanno a mille, e lanciano un messaggio inequivocabile: non ci stanno a diventare l’ennesima revival band che appena nata vive già sepolta in un passato cristallizzato in fotografie splendidamente polverose. Teneteli d’occhio, ne sentiremo parlare.
Track Listing: 1. King's Highway 2. Polygon of Eyes 3. The Secret Spot 4. Salvation Slave 5. Liquor 6. Antioch 7. In the Arms of Ecstasy 8. Paradigm 9. Red Blood (The River Flows)
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