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Dopo più di dieci anni di silenzio, torna a far parlare di sé con “Barbarica” il Museo Rosenbach, pietra miliare del progressive all’italiana anche se, a dir la verità, la definizione ben poco si addice allo stile compositivo generale, risultando riduttiva e limitante sotto svariati punti di vista. Fin dal primo brano (Il Respiro del Pianeta) infatti, la band (formata attualmente da Stefano Galifi, Alberto Moreno, Giancarlo Golzi, Sandro Libra, Max Borelli, Fabio Meggetto e Andy Senis) spazia in numerosi stili e compendia l’attitudine classica con i suoni tipici del rock, abbandonando pian piano la melodia di apertura agli agguati strumentali di chitarra e batteria, svecchiando e arricchendo così quello che nel panorama musicale viene comunemente definito “rock sinfonico”. Emergono, durante l’ascolto, inevitabili richiami alla loro opera più famosa (“Zarathustra”, 1973), peraltro all’epoca ingiustamente oscurata da sterili polemiche politiche e da una quanto mai inappropriata censura, che li mise in secondo piano rispetto ad altre band di ugual spessore (quali PFM e Banco del Mutuo Soccorso). Il secondo brano (La Coda Del Diavolo), ad esempio, ricalca le sonorità tipiche di Galifi&co svelandosi a poco a poco dietro un sipario di inaspettata dolcezza, rivelando però ben presto un’indole luciferina/schizoide, sfogata soprattutto nel cantato vigoroso e potente, che riesce a prendere il sopravvento e a condurre l’ascoltatore nei gironi dell’ heavy-prog.
La straordinaria complessità delle composizioni tipica dei Nostri si riafferma (forse con minor vigore) anche in quest’ultimo lavoro, percorrendo da un lato i sentieri mistici di Abbandonati, abbelliti da linee sovrapposte di basso e percussioni che vanno a creare un fraseggio funky niente male e, dall’altro, strade sonore già battute negli anni d’oro in Fiore Di Vendetta, tra cambi repentini di ritmo e liriche intrise di metafore, qui incaricate di affrontare il tema (attualissimo) della crudeltà degli uomini e delle conseguenze distruttive che essa inevitabilmente comporta. Quest’opera monumentale si chiude con Il Re Del Circo che, riprendendo il suono del brano precedente e contaminandolo con chitarre effettate, ne chiarifica anche il tema di denuncia rivolto alla civiltà “imbarbarita” del presente (come d’altronde si evince dalla raffigurazione in copertina) e va a chiudere definitivamente il sipario su questo bellissimo album. Un ritorno importante, dunque, quello del Museo Rosenbach, che dà spazio a tutta la creatività accumulata in questo lungo periodo, presentando al pubblico un concept massiccio e godibile, marcato da cinque mini-suite ben suonate e supportate da arrangiamenti ricchi ma per nulla stucchevoli.
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