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Il progetto Brandt Brauer Frick ha preso vita nel 2008 nella perfetta incubatrice di una Berlino ormai capitale delle tendenze e della sperimentazione europea, oltre che roccaforte della musica elettronica, e vede come protagonisti tre polistrumentisti: Daniel Brandt (Percussioni, pianoforte, basso elettrico, sintetizzatore), Jan Brauer (Sintetizzatore, tastiera, pianoforte) e Paul Frick (Pianoforte, sintetizzatore, percussioni). Lo scopo? Mescolare le formule ripetitive e ipnotiche della dance elettronica con un universo sonoro diametralmente opposto, quello della musica colta europea, altresì detta classica. Da questo difficile connubio hanno visto la luce nel 2010 “You Make Me Real” e “Mr Machine” l’anno seguente. Ma dopo aver esaurito la spinta creativa che aveva dato vita ai primi due lavori, i tre berlinesi si sono spostati su territori sconosciuti e impervi con il loro terzo lavoro: “Miami”. Il risultato è un album difficilmente ascrivibile a un genere, un lavoro dalle atmosfere inquietanti, folli come lo è la creatività lasciata di dare libero sfogo a se stessa, senza essere imbrigliata in formule e stilemi; sembrano essere i cantanti ospiti di questo lavoro - Erika Janunger, Om'Mas Keith, Jamie Lidell, Nina Kraviz e Gudrun Gut – a tracciare a guidare i giochi lanciandosi in urla, sospiri e sussurri, mentre al di sotto gli strumenti, reali ed elettronici, si aprono e chiudono come un vorticoso oceano in tempesta fatto di suoni cupi e dissonanti. L’ensable descrive le proprie ricerche sonore “…come un negativo che ha avuto risultati positivi”, che lascia l’ascoltatore stordito e ubriaco di suoni prossimi al rumore e sensazioni. Le tracce che compongono Miami sono dieci e formano le tappe di un viaggio all’esplorazione delle vibrazioni insite in ogni nota, delle consonanze e dissonanze, di loop ripetitivi e voci che si dimenticano di esserlo. Il primo ascolto è sicuramente ostico, forse anche il secondo, ma la curiosità porta al terzo, e la mente, cercando una chiave di lettura che non c’è, ne resta ammaliata. Non è facile trovare un album che faccia pensare, non si tratta di struggenti melodie da cui farsi cullare, o di testi in cui perdersi, ma di strati di suono allucinati e inquietanti a cui cercare di dare un senso, che continua a perdersi in un’improbabile commistione di stili, culture e linguaggi febbricitanti.
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