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Non sono debuttanti i Marvin, seppur ancora catalogabili a pieno merito nella categoria ‘Underground’. Difatti sono alte, e si tratta di un eufemismo, le possibilità di non veder mai giungere oltre la suddetta categoria i tre ragazzuoli di Montpellier (tali Emilie, Greg e Fred). Questo non per difetti intrinsechi nella propria personalità, piuttosto per la proposta avanguardistica che perviene dalle loro menti, superficialmente geniali, o quantomeno genialoidi. D'altronde non vi è da stupirsi, se è vero che la storia artistica d'oltralpe, ricca di fenomeni eccezionali, ha sempre avuto una marcia in più nel campo della rottura degli schemi prestabiliti, e nella ricerca degli ulteriori confini delle esperienze mono o pluri-sensoriali. “Barry” è il titolo di questo terzo episodio della loro carriera in studio, composto da nove tracce non noiose, anche se alla lunga ripetitive, esso dà forma sonora ad un genere-non genere, un noise rock che non è poi così noise, dalle sfaccettature sicuramente indie, ma dalle pretese ben più ambiziose, tanto da escludere un qualsiasi tentativo di dar voce (concretamente) ai propri sentimenti: è la musica che la fa da protagonista, trascinata dal drumming aggressivo ma estremamente pulito di Greg, possibilmente il più talentuoso dei tre musicanti. Ora, in questo connubio vincente di energia puramente 'rockettara', un pò Who (riferimento non casuale all'ottava traccia del disco, tra l'altro la migliore) un po’ AC/DC, e musica elettronica di altissima qualità, figlia illegittima di quel che Eno fu, non vi sono da riscontrare particolari limiti tecnico-compositivi, dopo che si è già detto della non allarmante ripetitività, né particolari pregi espressivi. L'album scorre bene e dà l'idea della forza che i tre vantano in sede live. Se vogliamo potrebbe esser giusto sottolineare come le cose migliori di questo full length si aggroviglino tra loro tutte nella seconda parte del disco, sebbene con questo non si voglia assolutamente criticare il livello più che buono della prima parte. Ma queste sono quisquilie, ed analisi più approfondite appaiono futili, se non anche superflue. “Barry” è semplicemente un album degno di essere ascoltato, non un capolavoro, ma una pietra grezza nell'underground europeo, brillante nell'oscurità che lo circonda.
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