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Ooooookkkaaayyy, abbiamo scherzato, è stato divertente, ma adesso diteci dove avete messo i The Mission. Andiamo, ragazzi, tirate fuori gli occhialoni, i cappelli a cilindro, gli impermeabili neri e … Come dite? Acqua passata? Niente più gothic rock, romanticherie a tinte fosche, visioni dense e spettrali? Ma no, è chiaro che gli anni trascorsi nelle milizie gotiche a fianco di giganti come Sisters Of Mercy e Fields Of The Nephilim hanno lasciato il segno, e l’aura di poesia maledetta ancora aleggia intorno a Wayne Hussey e alla maggior parte della formazione storica, rinfrescata dall’arrivo del batterista Mike Kelly. Ma che le regole del gioco siano cambiate, anzi siano state stravolte, non c’è bisogno di essere un esperto o un fan per capirlo. E, personalmente, ho avuto non poche difficoltà a gestire la transizione. E non perché ”The Brightest Light” sia un brutto album, tutt’altro. Sono sempre stata e resto fermamente convinta che dalla penna di Hussey non possa uscire nulla che possa essere definito brutto, nonostante alcuni incidenti di percorso. Ma questo disco, lo ammetto, mi ha spiazzato. Non era quello che mi aspettavo. Chi sono questi quattro Johnny Cash in versione mid-stoner, e dove sono stati nascosti fino ad ora? Ecco alcune delle domande che mi sono posta sin da un primo ascolto della blueseggiante Black Cat Bone, che, al di là dell’effetto sorpresa, effettivamente cattura non poco come opening track. Un pezzo inusuale, in cui l’unico tratto riconoscibile e riconducibile ai The Mission sono i caratteristici vocalizzi di Hussey. Ciononostante, la tracklist ci mette davvero poco ad ingranare la marcia giusta, e nel giro di un paio di canzoni conquista con brani trasudanti pathos. Sometimes The Brightest Light Comes From the Darkest Place conferma che la forza degli ex darkettoni sta nel lirismo esasperato che li contraddistingue anche nella trattazione, metaforica o meno, di testi socialmente impegnati (tutt’altro che infrequenti nella discografia della band), o comunque in assenza delle atmosfere per le quali li ricordiamo: sinuose come le spire di un serpente, e altrettanto fatali. Born Under a Good Sign è un pezzo rock diretto, uno di quelli che più rende l’idea di quanto sconvolgente sia questa trasformazione. Pensi di visitare il castello di Dracula, e ti ritrovi in un caffè sulla Route 66. Inquietante. The Girl In The Furskin Rug è un momento di gustoso sarcasmo sulle chiacchieratissime vite da rockstar ai tempi in cui “Sesso, Droga & Rock’n’Roll” non era ancora diventato uno stereotipo per riviste da sala d’attesa del parrucchiere. Ain’t No Prayer In The Bible Can Save Us Now e Just Another Pawn In Your Game costituiscono un intermezzo dai toni country e roots rock, la prima in particolare dimostra che il vecchio Wayne è ancora alle prese con un rapporto quanto meno conflittuale con la propria spiritualità.
Bene, meglio così: l’assenza di dubbio e di tormento dell’anima non ha mai fatto scrivere belle canzoni a nessuno, e non è questo il caso. Qui le cose mozzafiato abbondano, e il meglio arriva solo nel trittico finale, con una Swan Song che conquista a spron battuto un posto di diritto tra le melodie più incantevoli mai scritte dai The Mission, e la conclusiva Litany For the Faithful, una sorta di testamento spirituale rivolto ai fan, in cui psichedelia floydiana dell’epoca Barrett, roots rock e chitarre spagnoleggianti plasmano un’entità aliena troppo complessa per essere un singolo, troppo cangiante per essere una colonna sonora, insomma un qualcosa che vive di vita propria. Io lo ribadisco, giusto perché non possiate dire di non essere stati avvertiti: non è facile superare lo shock iniziale. Ci riuscirete, questo è certo, perché vi troverete ad analizzare un album oggettivamente di alto lignaggio. Ma, su quale significato attribuire ad un cambiamento così radicale, brancolo nel buio. Se l’obiettivo di una band è quello di stupire sempre e comunque, tanto di cappello ai The Mission. O forse “The Brightest Light” è da leggere come una sorta di canto del cigno (sarebbe all’incirca il 723458esimo, di quelli annunciati, per lo meno) in virtù del quale i quattro sacerdoti si sono sentiti autorizzati a fare qualcosa di totalmente diverso e spiazzante. Lo capiremo, forse, più avanti, quando li ritroveremo in tour con i Fields Of The Nephilim (e a questo punto la curiosità di vedere con quale setlist si presenteranno i The Mission è pressoché incontenibile). Ma, per il momento, siamo più che mai avvolti nelle tenebre.
Tracklist: 01. Black Cat Bone 02. Everything But The Squeal 03. Sometimes The Brightest Light Comes From The Darkest Place 04. Drag 05. Born Under A Good Sign 06. The Girl In The Furskin Rug 07. When The Trap Clicks Shut Behind Us 08. Ain't No Prayer In The Bible Can Save Me Now 09. Just Another Pawn In Your Game 10. From The Oyster Comes The Pearl 11. Swan Song 12. Litany For The Faithful
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