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Un album capolavoro, ve lo diciamo subito. Un disco che riesce ad andare addirittura oltre le impressioni decisamente positive suscitate da Ekstasis, pubblicato nel 2012. Di solito la maturità espressiva di un artista arriva con l’uscita del secondo album, ma Julia Holter, compositrice e polistrumentista americana di soli 29 anni, ci riesce al suo terzo tentativo, grazie a questo splendido Loud City Song, registrato per la prima volta in un vero e proprio studio di registrazione, insieme con musicisti veri, e non più attraverso basi musicali lavorate su un computer in camera da letto.
Ispirata in parte dal minimalismo di John Cage, dall’elettronica di Laurie Anderson e dal pop raffinato dell’arpista Joanna Newsom, la Holter trova una linea compositiva davvero originale che le permette di attraversare la modernità senza rinunciare al pathos tipico della tragedia greca. Il nuovo album prende le mosse dalla lettura di Gigi, un romanzo ambientato a Parigi , scritto da Colette nel 1944. Ma la hometown di Julia Holter è Los Angeles ed è lì che si trasferisce la narrazione musicale di questa geniale autrice, capace di abbandonare gli studi di composizione universitari perché troppo ortodossi. No, Julia non gradisce formule e ristrettezze determinate dall’appartenenza ad un genere musicale piuttosto che ad un altro. Il suo approccio all’elettronica non è mai distaccato, algido; le citazioni marcatamente free jazz che possiamo ritrovare su Maxim’s II convivono con le atmosfere rarefatte di World e con le interpretazioni davvero raffinate ed eleganti di brani come Hello Stranger, una cover di una vecchia canzone di Barbara Lewis, e di In The Green Wild, una ballata folk jazz di ottima levatura.
Loud City Song si rivela come un concept album sofisticato, ma per certi versi più accessibile rispetto ai dischi precedenti. La ritrovata voglia di una forma-canzone non diminuisce l’intensità emotiva delle composizioni scritte e pensate da Julia Holter, le tonalità trascendenti di diversi passaggi strumentali non sono in contrasto con la gradevolezza, con la morbidezza dei brani cantati. Le sinfonie post-moderne di Julia Holter conquistano lentamente, non trovano spazio nel cuore ad un primo ascolto. Hanno bisogno di tempo, devono poter mescolarsi sapientemente con un ambiente adatto, accogliente. Sappiate costruirlo e sarete in grado di assimilare per intero l’intima bellezza di questo album.
Infine una segnalazione particolare per City Appearing, il brano che chiude l’album: una apertura eccellente per piano e voce, poi un crescendo ipnotico, avvolto in una nuvola morbida fatta di elettronica, chitarra basso e drum-beat, che accompagnano sapientemente le evoluzioni vocali di una Holter superlativa.
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