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Hesitation Marks, ovvero le ferite superficiali che un aspirante suicida talvolta si autoinfligge, cercando di raccogliere le forze per sferrare il colpo letale. E va bè. Che Trent Reznor non fosse quel che si dice un happy Bunny, ogni dubbio era già stato abbondantemente fugato da oltre vent’anni di onorata carriera. Nel corso della quale, per il gusto della retrospettiva, il buon Trent ne ha, musicalmente e managerialmente parlando, combinate di cotte e di crude. Ha inventato l’industrial, vinto un Oscar, sdoganato il file sharing, regalato musica, mandando cordialmente a farsi benedire il sistema discografico e mettendo contemporaneamente in pista un’imponente macchina del merchandising che a tutt’oggi resiste nell’Olimpo dei più forti e riconoscibili marchi rock in circolazione. Un sacramento d’uomo, per farla breve.
Non contento, dopo un lustro di silenzio, torna al timone della sua creatura per eccellenza, i Nine Inch Nails, e riprende il racconto da dove lo aveva interrotto, mettendoci molto del suo dal punto di vista emotivo e interiore, come sempre, ma stavolta senza particolari picchi di innovazione. Buon industrial contaminato e contaminante, oscuramente passionale come il rock più dark e dispnoico come l’elettronica più estrema. Ma niente che sparigli le carte in tavola. Forse – sto psicanalizzando a vuoto – perché l’imprevedibilità assoluta è esattamente ciò che il pubblico si aspetta da Trent Reznor, motivo per cui lui ha pensato bene di stravolgere questa logica presentando un prodotto di adeguata caratura, ma compìto e disciplinato per quanto attiene alle prescrizioni base del genere di cui egli stesso è ideatore e genio riconosciuto.
Va detto che siamo qui di fronte a una versione particolarmente melodica del sound reznoriano, con un fitto riffing elettro-rock che, nell’elenco degli ingredienti principali, prende il posto dell’energia selvaggia che ben conosciamo e che ha scolpito titoli come The Downward Spiral nella storia della musica “attuale”. Ne è la prova l’accoppiata Everything – Satellite, nella quale non sono la prima a scorgere una sconcertante somiglianza con i Cure di Wish. E, per assurdo che possa sembrare, sono molti i punti in comune tra i NIN e la band di Robert Smith: la stessa disperazione, la stessa visione di un mondo a tinte fosche che, improvvisamente e imprevedibilmente, lascia spazio a sprazzi di luce abbacinante (quasi tutti concentrati in Hesitation Marks, nel caso dei NIN), nei quali la ricerca di “qualcosa” di speciale diventa non più il mezzo, ma il fine stesso della vita. Concetto che, se vogliamo, è uno dei capisaldi del manuale del poeta maledetto.
La luce si è fatta strada nell’universo reznoriano? Te credo, penseranno i più scafati, con il conto in banca che scoppia di salute (con buona pace dell’offerta libera), un Oscar sulla mensola e una moglie, l’affascinante Mariqueen Maandig, che oltre a sembrare una regina della giungla uscita da un libro di Emilio Salgari, è anche una talentuosa musicista (è coinvolta nel progetto parallelo di Reznor, How To Destroy Angels). Della serie: cos’altro dobbiamo fare per vederti sorridere, Trent?
Scherzi a parte, non me la sento davvero di essere stronza con Trent Reznor. E il suo nuovo lavoro è di quelli che meritano più di un ascolto, non fosse altro che per coglierne la meravigliosa complessità. Sospetto che dietro Hesitation Marks ci sia molto Reznor e pochi Nine Inch Nails, a conferma della natura un po’ (un po’?) accentratrice del frontman. Ma Mr.Self Destruction non c’è più, e qualcun altro ha preso il suo posto. Dettaglio non da poco, considerato con chi abbiamo a che fare: il disco è targato Columbia, e distribuito “normalmente”. Trent Reznor e il music business hanno dunque seppellito per sempre l’ascia di guerra? Credo ci sia una risposta più semplice, e cioè che Reznor è ormai uno sfavillante quasi cinquantenne, e sarebbe ridicolo se continuasse a interpretare la parte del ventenne arrabbiato e autolesionista. In Hesitation Marks, è posato ma credibile. Molto. E di questi tempi è manna dal cielo.
Copy Of A, di fatto il primo vero e proprio brano post-intro, è uno dei pezzi chiave per capire l’album. "I’m just a copy of a copy of a copy. Everything I say has come before". Curioso, come manifesto programmatico. Sembra quasi volerci avvisare che questo album è la conseguenza logica del suo percorso, e al tempo stesso metterci in guardia contro il massacrante meccanismo uni formatore della società moderna. Tutti vestono allo stesso modo, ascoltano la stessa musica, dicono le stesse cose. L’unico modo per sfuggire a questa strage è rifugiarsi in un mondo a parte, nell’isolamento che protegge dai tentativi di stupro del mondo esterno. E la dimensione elettronica dell’album non può che confermare questa impressione. Le successive Came Back Haunted e Find My Way delineano con precisione il percorso dei Nine Inch Nails dal corpulento industrial dei tempi che furono al suono quasi post-rock di oggi. L’alienazione e le atmosfere ciniche e urbane dei NIN d’annata si rifanno vive in All Time Low, Disappointed e I Would For You, che introduce un trittico finale splendido, fluido, coeso e ipnotico.
Ma è Various Methods Of Escape la summa del nuovo NIN sound, multidimensionale, inafferrabile, più simile a una magnifica galassia o a una supernova in esplosione che allo spazio nero e terrificante a ci avevano abituato. Se la supernova diverrà di nuovo un buco nero in grado di inghiottire tutto quello che passa nei dintorni, lo vedremo. Ma un ritorno al passato non sembra contemplato, al momento, nella folle macchina dello spazio-tempo chiamata NIN.
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