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A soli quattro mesi dall’uscita della sua ultima fatica in collaborazione con Duke Garwood (Black Pudding), il luciferino Mark Lanegan torna a far parlare di sé con un ulteriore album, di cover stavolta. Sì, perché l’ex leader degli Screaming Trees è un vulcano scolpito da anni di colate emotive distruttive e accerchiato da una nube densa di malinconia, solitudine e oscurità, in continua eruzione artistica.
Questa volta però il controverso songwriter statunitense ha deciso di regalarci un pezzo della sua vita privata, facendo confluire in Imitations dodici dei brani più importanti che hanno segnato la sua infanzia, alcuni dei quali amati e ascoltati dai suoi stessi genitori e, ça va sans dire, da tutta la generazione dell’epoca. Un gesto affettivo non indifferente, soprattutto se ricollegato al cantautore che finora abbiamo conosciuto: algido, introverso e, perché no, a tratti anche un po’ misantropo. Fatto è, invece, che fin da subito ci troviamo di fronte ad un Lanegan più che mai espressivo, immerso ad occhi chiusi nella versione folkeggiante da brivido di Flatlands e che finisce addirittura per concedersi “a cuore aperto” nella cover di She’s Gone, ballata ultraromantica di Vern Gosdin (e non di Hall & Oates, com’è stato più volte scritto) qui privata degli orpelli vagamente melensi e smussata da un sottofondo quasi-country (che però non prende mai il sopravvento). Sulla stessa scia troviamo You Only Live Twice, cullata da piacevoli arpeggi di chitarra (di cui percepiamo ogni singolo tocco) e Pretty Colors, dove il songwriter rimarca il suo attaccamento a Sinatra arricchendo il brano con leggere venature elettroniche e riuscendo a vestire i panni del crooner con la naturalezza a cui ci aveva già abituato in I’ll Take Care Of You (1999).
Ma la lista dei grandi nomi non è ancora finita. Infatti con Brompton Oratory il cantautore si cimenta in un omaggio a Nick Cave, realizzandone una versione indubbiamente ben arrangiata, forse un po’ troppo vicina alle sue corde, cantata con l’ormai ben noto “male di vivere” addosso; risulta però evidente e comprensibile il perché della scelta di Lanegan, data la vicinanza emotiva tra lui e il Re Inchiostro in quanto a “scompigli” esistenziali. Per la gran parte del disco, comunque, la voce baritonale del Nostro incanta e trascina (I’m Not The Loving Kind, Lonely Streets) facendosi a tratti più cristallina e lasciando trapelare un autentico affetto per i brani selezionati, soprattutto per quelli del passato, nella versione sbarazzina (anche se piuttosto prevedibile) della brechtiana Mack The Knife e nel gran finale sepolcrale di Autumn Leaves, firmato da Andy Williams.
Questo improvviso sentimentalismo sarà forse colpa (merito) dell’età che avanza, oppure trattasi di puro narcisismo misto a banalissimo marketing? Non ci è dato sapere. Ciò che comprendiamo, però, è un Lanegan dotato di straordinaria sensibilità, il folksinger in grado di regalarci un’istantanea in bianco e nero della sua infanzia, l’interprete “maledetto” che (almeno per il momento) ha deciso di abbandonare la travagliata battaglia contro i demoni che lo affliggono riconciliandosi col passato, con sé stesso e con il mondo nel carismatico omaggio agli artisti che gli sono più affini, in un album senza tempo. Ci auguriamo però che questa tregua non duri troppo a lungo, ché si sa: “bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.
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