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Se tre indizi fanno una prova, quattro sono una certezza che inizia seriamente a concretarsi, pur essendo la musica materia di questo mondo volubile e incostante. Fortress è un titolo che può lasciar spazio ad un numero indefinito di interpretazioni: ci si può vedere un semplice gioco di parole (quel “for...” che suona tanto “album number four”); ci si può leggere un richiamo alla 'fortezza' presente sulla copertina, un bugigattolo decadente ma ancora in piedi; lo si può anche accostare alla 'roccaforte' che gli Alter Bridge stanno anno dopo anno divenendo in ambito musicale. D'altronde 'fortezza' fa rima con 'certezza', ed è così che la band di Orlando deve ormai essere considerata: una certezza di musica di grande qualità, una certezza di ricerca stilistica e raffinatezza compositiva, una certezza di qualità tecniche sublimi (e questo è sostanzialmente oggettivo), una certezza che si può ancora fare buon rock e puntare a vendere un numero di dischi invidiabile.
Sono passati tre anni dall'uscita di ABIII, album tanto vituperato ed oggetto di critiche da parte di una consistente fetta di fan delusi (da cui il recensore si dissocia del tutto), e tuttavia miglior successo commerciale finora raggiunto da Kennedy & co. Tre anni nei quali i quattro musicanti hanno affrontato differenti sfide, dedicandosi a progetti alternativi. Su tutti la prima pubblicazione solista di Mark Tremonti, che ha riscosso una discreta dose di elogi, e il prosieguo della collaborazione fruttifera di Myles Kennedy e Slash. Dunque i quattro prima di riunirsi hanno avuto ben altro cui pensare, ed è anche per questo che la presente quarta fatica discografica aveva suscitato le attese delle schiere di fan, ma anche della maggior parte degli addetti ai lavori. Ebbene, per una volta ritengo che le attese potranno non esser fonte di delusione!
Fortress si compone di dodici tracce, per una durata totale di oltre un'ora. Anticipato dal singolo Addicted To Pain, virulento brano semi-thrash metal, figlio illegittimo del lavoro solista di Tremonti, e pure degno di molti, moltissimi applausi, questo quarto album raccoglie in eredità ciò che gli AB hanno seminato nel corso della loro discografia: già nel post-grunge/post-Creed di One Day Remains erano infatti stati alimentati embrioni di metal aggressivo (Metalingus), sviluppatisi coerentemente nel successivo hard rock di Blackbird (Ties That Bind, Buried Alive, White Knuckles), sprigionati in una veste splendente furore nell'incipit di ABIII (Slip To The Void, Isolation, ma anche Still Remains) e infine giunti a maturazione completa, o quasi, in questo gustoso alternative metal dalle venature progressive di cui Fortress fa sfoggio per buona parte della sua durata (si prendano d'esempio Bleed It Dry, The Uninvited, Farther Than The Sun e Cry A River). Per quanto riguarda l'evoluzione prog, basti partire dall'opener Cry Of Achilles, epica cavalcata che sbandiera tutto il potenziale di questa band in sei minuti di follia sensoriale basata sull'onnipresente basso di Brian Marshall e sul drumming penetrante di Scott Phillips (da diversi anni oramai uno dei batteristi più completi della scena rock), per giungere infine come in un circolo virtuoso alla title-track Fortress, brano contenente al suo interno tutto ciò che gli AB sono stati nella loro ancora giovane carriera: arpeggio ipnotico, riff prepotente, ritornello melodico dalla venatura estremamente malinconica, cambi di ritmo ben congeniati ma spiazzanti, intermezzi belluini, assoli melodiosi ma funanbolici, brevi pause ed esplosioni di adrenalina. Una degna erede della lodevole Blackbird per durata e complessità, seppur di punti in comune non ve ne siano molti altri.
Ad ulteriore riprova della nuova potentissima veste sonora e del nuovo complesso prog-style, sembrerebbe opportuno commentare brevemente le power ballad, cavallo di battaglia della band nei tre precedenti album e ovviamente presenti anche in questo full length, ma in misura assolutamente minore: due soli brani, Lover e All Ends Well, rappresentano la categoria, e se la seconda si fa apprezzare per le qualità 'commerciabili', con tanto di super-ritornello (probabilmente uno dei migliori della loro carriera), non disdegnando tuttavia sofisticherie tremontiane, la prima è pienamente immersa nel nuovo orizzonte musicale, rafforzata da un'alternanza di sezioni prettamente melodiche ed altre votate ad un innalzamento dei toni verso un'epicità romantica impreziosita da un Kennedy in forma smagliante.
Coerente evoluzione dell'ultima traccia di ABIII (Words Darker Than Their Wings), primo brano alla cui voce ha presenziato come protagonista Tremonti, è invece l'ottava traccia Waters Rising, in cui Mark e la sua voce scura si ritagliano uno spazio ancora maggiore, brillando e dando maggior risalto anche alla chiara ugola kennedyana, in un pezzo che vede anche in essere il forte contrasto tra il sound classico della band e quello caratterizzante il nuovo album, contrasto presente in parte anche nella traccia sette, ovvero Calm The Fire, splendida sintesi di atmosfere oniriche, quasi evanescenti, tramutate in granitiche e materiali scariche di energia.
È dunque una conferma questo quarto album per il quartetto statunitense, probabilmente la loro opera più compiuta. Forse il tassello decisivo per scrollarsi definitivamente di dosso l'etichetta di Creed “con un nuovo cantante”: il passato è un bagaglio di esperienza da portarsi perennemente dietro, ma il presente ha un'altra identità. La fortezza, nonostante le asperità, gli assalti fatali e le intemperie del destino, continua a reggere, stagliandosi melanconicamente contro un cielo dubbioso e superficiale, ed ora è chiaro che il futuro sarà ancora in grado di regalarle soddisfazioni e gioie nuove. Con buona pace di chi volta lo sguardo (e le orecchie) altrove.
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