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Uscito il 1° ottobre, Innocents è l’ undicesimo album in studio per il quarantasettenne Richard Melville Hall, ma meglio conosciuto come Moby, DJ newyorkese e musicista elettronico che non scende mai a compromessi e dichiara fermamente che se continua a fare musica è perché gli piace farlo e poco lo preoccupano le previsioni di vendita o di successo del suo disco, per essere libero di farlo come gli pare. Ovvero concentrarsi come solo lui sa fare sulla vulnerabilità dell’essere umano, mettendo insieme un disco volutamente imperfetto ma con l’intento di scoprire che emozioni scaturiscono dal suo ascolto.
Non è una novità per lui la scelta di collaboratori esterni. Primo fra tutti il produttore Mark “Spike” Stent, che ha un curriculum di tutto rispetto pieno di Grammy e di collaborazioni con superstar del pop, rock e avanguardia (Lady Gaga, U2, Björk giusto per citarne qualcuno). Di certo anche la scelta di vocalist di prim’ordine, questa volta infrangendo uno stile consolidato o forse una tradizione: nei precedenti album le voci erano solo femminili e l’unica voce maschile era la sua. Stavolta si è avvalso di voci note del rock come Wayne Coyne (Flaming Lips) per il primo singolo The Perfect Life, Mark Lanegan per la ballad The Lonely Night, Damien Jurado per Almost Home. Altrettanto livello è espresso dalle voci femminili di Skylar Grey (che ha collaborato con Rihanna e Eminem in Love The Way You Lie), in The Last Ballad, Inyang Bassey, tour vocalist di Moby, in Don’t Love Me, e la cantautrice canadese Cold Specks in A Case For Dhame e Tell Me. Per la promozione del disco, Moby ha tenuto tre serate al Fonda Theater di Los Angeles, dove ormai vive dal 2011 e ha dichiarato che per il momento è tutto qui, ovvero non ci sono previsioni di tour per questo album. Chiaramente tre serate sold out, con pubblico che è intervenuto non solo da tutti gli Stati Uniti e Canada, ma anche molti stranieri.
Un disco di Moby non può stancare per quanto il suo stile può sembrare ripetitivo, sempre malinconico e a tratti epico. Ma si ha sempre l’impressione di vivere un film ascoltandone la colonna sonora. Del resto lui ha fatto anche quello, forse fare musica da film è quello che gli riesce meglio, pur quando non è quello l’obiettivo. Ha la capacità di rendere un suono tridimensionale, o anche quadridimensionale se si considerano le emozioni. Senza contare poi l’abilità di trovare, scegliere e abbinare delle voci adeguate ai suoi ritmi elettronici ma mai esasperati. Non compratelo pensando che sia un “nuovo” disco, bensì siate consapevoli che la vera novità è il fatto che stavolta, per la prima volta, non si è chiuso in studio per settimane a fare il suo disco ma ha tentato una cosa innovativa: farlo “a quattro mani” forse con l’intento di renderlo diverso. Il lavoro ha qualche spunto interessante, ma è coerente con il passato e, seppure al primo impatto può sembrare monotono, è un buon disco da ascoltare.
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