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Che la scena prog italiana sia sempre stata qualitativamente all'altezza dei maggiori palcoscenici internazionali è cosa nota, ed è forse uno dei pochi vanti di cui possiamo fregiarci in ambito rock. Ad ulteriore conferma di tutto ciò, arrivano le testimonianze delle band 'di provincia', quelle che non hanno mai sfondato del tutto, ma che hanno contribuito a corroborare il prestigio del nostro movimento progressive sin dai lontani anni '70. I Tugs possono senza dubbio essere incorporate in questa fitta e numerosa schiera di complessi. Nati nel '78 in quel di Livorno, in un'epoca in cui il punk stava facendo esplodere metaforicamente (o forse no...) il panorama musicale rock, relegando ai margini e alle memorie dei nostalgici l'arte dei rami più raffinati di questo genere, tra l'altro contemporaneamente messo in discussione da un crescente fervore 'discotecaro', i Tugs si ritrovarono fin da subito 'fuori tempo'. Tutto sommato i primi anni di carriera risultano i più ricchi di soddisfazioni, su tutte la creazione del musical ante litteram “Rock in due atti”. Nel mezzo degli sfaccettati anni '80 il loro seguito cominciò pian piano a scemare, portando la band a crisi e scioglimenti vari. Con alterne fortune, formazioni diverse hanno provato a riproporre nel corso degli anni lo spirito iniziale alla base del progetto, fino a questo 2013 in cui finalmente si è concretizzato un nuovo audace proposito: la stesura di un'opera rock da raccontare in studio e, soprattutto, dal vivo. Nasce “Europa Minor”, concatenazione di 12 brani, episodi di una narrazione che vuole rivelare una Europa diversa da quella odiernamente riportata sui giornali, culturalmente unita, fondata su otto secoli di tradizione, storia, teatro, non vittima di faziose divisioni interne, di crisi e scissioni frutto di spasmodica brama di potere e vil denaro.
Teatrali e variegate, le 12 tracce si susseguono per oltre 70 minuti, senza pesare sull'orecchio dell'ascoltatore, ammaliato da sinfonie e armonie di grande delicatezza, alternate a intermezzi più robusti, a chitarre elettriche distorte che lasciano il passo con candida leggerezza a magnetiche sviolinate, o a soli di flauto incantati, talvolta poetici, mai eccessivi, mai superbi nelle loro manie di protagonismo. Il tutto sostenuto da una batteria che si adegua alle atmosfere e detta i tempi, i cambi di ritmo, con una maestria ed una precisione rinfrancante, e andando di pari passo col basso che non fa nulla per risultare ingombrante, si limita ad effettuare il lavoro sporco, e tanto basta per renderlo degno di applausi. E in momenti che variano dal medievaleggiante all'ottocentesco, dal cantautorale al rock duro, tiranneggiano le tastiere di Marco Susini, tra intro malinconiche e morbidi accompagnamenti o virtuosismi solistici in stile Yes, o Le Orme, per rimanere in patria, e la voce di Pietro Contorno, un cantato stilisticamente antiquato, vintage, ma pur sempre di livello altissimo, dotato di un'invidiabile espressività che contribuisce in maniera sostanziosa nel rendere maggiormente percepibile l'aspetto teatrale delle liriche (stilate dallo stesso singer) le quali avranno di certo un altro sapore nelle interpretazioni dal vivo. È difficile analizzare le singole tracce in un'opera del genere. La qualità media è, come si può da sopra evincere, sempre elevata, e tutt'al più è possibile indicare dei brani maggiormente incisivi (su tutti Pietroburgno 1824, Le Colline di Ems, ma anche La Brigata dei Dottori, Nostra Signora Borghesia, o Il Sogno di Jennifer, unico strumentale) ed altri che rimangono leggermente nell'ombra (soprattutto sul finale, con I Bambini d'Inverno e Nanou). Ma non si stupirebbe il recensore se dal vivo anche i brani più anonimi risultassero pienamente coerenti col resto del lavoro. Mi par giusto dedicare le ultime righe all'elencazione dei membri del gruppo ancora non nominati: Nicola Melani (chitarre), Bruno Rotolo (basso), Fabio Giannitrapani (batteria), con la collaborazione di Claudio Fabiani (flauto), Francesco Carmignani (violino), Martina Benifei (violoncello), Matteo Scarpettini (percussioni), Antonio Ghezzani (chitarra, mandolino, mandola). Grazie ad artisti come loro, la tradizione migliore della musica rock italiana può continuare a vivere e rinascere, per la gioia delle vecchie generazioni, e per la fortuna di chi, nelle nuove, vorrà porger l'orecchio.
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