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His Clancyness
Vicious
2013
Fat Cat
di Alessandro Basile
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Suona davvero bene il primo album in studio realizzato dall’ex Settlefish Jonathan Clancy. Questa è almeno la principale impressione che si ha nell’ascoltare con calma ed attenzione le dodici tracce che hanno trovato posto in Vicious, Lp uscito per FatCat e distribuito da Goodfellas.
Si può affermare che, nonostante sia evidente un sound marcatamente british dalle tinte rock e lo-fi, le influenze e i rimandi a diversi fenomeni musicali del presente e del passato siano davvero molteplici. Vicious è infatti un contenitore musicale alquanto eterogeneo capace di mettere in luce un’indole, un lato espressivo ed artistico di Clancy che finora non era emerso dai dischi dei Settlefish, così come da quanto prodotto con gli A Classic Education, progetto di cui il musicista canadese (ma bolognese d’adozione) fa comunque ancora parte. Che il disco si sviluppi costantemente attraverso la sapiente miscela di elementi retrò con altri più moderni lo si deduce fin dalle battute iniziali di Safe Around The Edges, il primo pezzo in scaletta che sembra quasi fondere i Velvet Underground con Kurt Vile. Trascinante ed immediata, tirata ed ipnotica, Safe Around The Edges lascia poi il posto alla bellissima Miss Out These Days: qui sono i synth a prendere il sopravvento. Ne viene fuori allora un brano sospeso e coinvolgente grazie anche alla lungimirante scelta di inserire nel pezzo sia chitarre acustiche sia chitarre elettriche. E di chitarre (specialmente acustiche) ce ne sono anche nella successiva Gold Diggers. Con Hunting Men (traccia numero quattro) sono invece protagoniste delle belle progressioni elettriche su cui si va a poggiare con naturalezza il cantato effettato di Clancy. Occhio poi a Slash The Night: qui si torna un po’ al mood sintetico della già citata Miss Out These Days. Non si tratta certamente di un brano imprescindibile ed esteticamente magistrale, ma non lo si può neanche decretare del tutto effimero e riempitivo. Con Run Wild tornano ad essere spolverati quei morbidi giri di chitarra in bilico tra i Brian Jonestown Massacre e i Jesus And Mary Chain. Arrivati a Machines si effettua praticamente il giro di boa, addentrandosi perciò nel cuore dell’album. Pure qui c’è molto Lou Reed: non si può nasconderlo. C’è un po’ di Gilmour invece nel breve ed emozionante episodio acustico intitolato Avenue. Ad Avenue segue Crystal Clear, nei cui incisi l’intensità sale grazie anche agli eterei tappeti sonori creati dalle tastiere. Con la rockeggiante Zenith Diamond inizia a volgere al termine un album molto compatto e ben prodotto che, per l’appunto, si chiude con un’accoppiata di pregevoli brani: la strumentale Castle Sand Ambient (in cui si ritrovano anche sprazzi di Black Rebel Motorcycle Club) e la labirintica, ammaliante, Progress, il cui finale chitarristico dimostra di possedere un’attitudine in stile Smashing Pumpkins.
La sensazione che Clancy abbia confezionato un più che dignitoso disco d’esordio è elevata. Ma ancor più forte è la convinzione che questo album suonerà ugualmente bene anche on stage.
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25/10/2013 -
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