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Quelli scontenti ci sono sempre. E se in genere si tratta dei fans più radicali, in questo caso possiamo supporre che siano quelli che giravano con la camicia slabbrata da boscaiolo e le Converse sfondate, e si facevano un punto d’onore di ascoltare rock vero, duro e puro: tanto diverso dall’esistenzialismo tragico dei Nirvana quanto dall’ondata neo-psichedelica degli anni ’90, tanto dalla poetica tragicità dei Cure quanto dall’inquietudine perennemente inesplosa degli Smashing Pumpkins, o dall’invasione pop-punk proveniente dalla costa californiana. Io, esponente all’ennesima potenza di un’allegra, spensierata ed incoerente bulimia musicale, adoravo i Pearl Jam esattamente come i Cure, gli Smashing Pumpkins e i Nirvana. Ancora oggi, debbo partire dal presupposto di non poter ascoltare un album dei Pearl Jam con spirito totalmente critico, obiettivo e scevro da divagazioni sentimentali.
Lightning Bolt non sarà il loro capolavoro, questo e poco ma sicuro. Non è neanche il loro peggior album, come qualcuno si è spinto ad affermare. E’ un album che incorpora 22 anni di onorato servizio, maturo, riflessivo, ragionato, che non lascia nulla al caso. C’è la forza del rock, perché i Pearl Jam questo sono, una grande rock band, e anzi era parecchio che non ne davano prova a questi livelli. Ma c’è anche tutto il resto: la narrazione, la storia, la malinconia del diventare grandi, le solitarie fughe filosofiche di Eddie Vedder – periodo Into The Wild. Soprattutto, c’è la grande coerenza di una band che, nonostante tutto, non ha mai ceduto né alla tentazione di disperdersi in mille rivoli, né all’autodistruzione, né alle sirene della notorietà.
L’opener Getaway conferma che il tempo non ha scolorito la rabbia: è feroce e crudamente introspettiva, ricca di quei riff inconfondibili che hanno fatto grande la band di Seattle. Stesso temperamento per Mind Your Manners, già nota ma non per questo meno sanguigna, esemplificativa della devozione dei Pearl Jam nei confronti di band come Dead Kennedys e Bad Religion. My Father’s Son ci fa fare un salto indietro nel tempo fino a quegli strani e irrequieti anni ’90, con il suo tocco garage rock in cui il basso di Amentz assurge a protagonista principale. Un manifesto di inquietudine generazionale anche nel testo, a riprova del fatto che i Pearl Jam peschino ancora nel quotidiano, nel conoscibile, nell’accessibile per scrivere canzoni forti e meditative.
Sirens, la ballad scelta come primo singolo, ha causato non poche perplessità, non essendo esattamente il brano viscerale e ruvido che ci si aspetta dai Pearl Jam. La title track e Infallible sono due midtempo molto particolari, che accelerano fino a raggiungere ritmiche quasi punk nel ritornello. La splendida Pendulum è un pezzo rarefatto e suggestivo, la ballata dell’instabile condizione umana e della fallacità delle cose e delle relazioni. Notevolmente più debole Swallowed Whole, dominata da un sound elettro-indie che non è del tutto nuovo a Vedder e soci, ma che certo è stato meglio sfruttato in passato; ma ci si riprende in un lampo con la fucilata bad blues di Let The Records Play, per poi andare verso la conclusione con la già edita Sleeping By Myself, qui in una versione più piena e completa rispetto a Ukulele Songs, e la ballad acustica Yellow Moon. La conclusiva Future Days evidenzia un cambiamento nell’atteggiamento dell’intera band, uno sprazzo di luce, uno sguardo ottimista e speranzoso sul futuro che forse è davvero il segno dei tempi per gli ex ragazzi arrabbiati di Seattle.
Testamento spirituale? No di certo, almeno ce lo auguriamo. Subdolo congedo definitivo dall’epoca dei giorni da leoni e dei sogni urlati senza tanto pensarci su? Ci può stare, ma in questi casi la certezza non è mai di casa. Album egregio, o lavoro da onesti professionisti? Anche in questo caso le opinioni divergono, ma forse mai come in questo caso è il momento di lasciar parlare la musica e di non rompersi troppo la testa coi messaggi subliminali.
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