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A nemmeno tre anni di distanza dal bellissimo e maturo Mission Bell, prodotto da Joey Burns dei Calexico e pubblicato nel gennaio del 2011 per la Blue Note Records, Amos Lee ha rilasciato in data 8 ottobre il suo quinto Lp d’inediti. Mountains Of Sorrow, Rivers Of Song, questo il titolo del disco anticipato dal vibrante singolo apripista The Man Who Wants You, contiene dodici grandi canzoni capaci di confermare fin dal primo ascolto una crescita davvero importante per questo artista. Crescita tanto sotto l’aspetto autoriale, quanto dal punto di vista sonoro.
Come già accaduto nel precedente lavoro, anche in quest’occasione il compositore statunitense ha realizzato una raccolta di brani originali che, per quanto coerente con le proprie radici musicali, risulta assai eterogenea per via dei diversi generi e stili che Lee, il produttore Jay Joyce e tutti gli strumentisti coinvolti nelle recording sessions sono riusciti a sintetizzare e a miscelare con sapienza. Mountains Of Sorrow, Rivers Of Song è dunque un disco fatto di pregevoli spunti e di differenti, molteplici sfaccettature. Si avverte una contaminazione importante, con la ripresa ricorrente e mai prevedibile di elementi blues, folk, country, funky, soul, West Coast e bluegrass. Di sicuro ad essere latenti sono sia la modernità che la sperimentazione. Ma d’altronde siamo di fronte ad un autore che si pone nei confronti della musica un po’ come un artigiano, come un “recuperatore”, come un nostalgico ricercatore di atmosfere, colori e visioni di altri tempi. Diciamo che in fatto di musica e di composizione Lee si muove da sempre in maniera abbastanza simile ad altri colleghi e connazionali quali Sean Carey, Bonnie ‘Prince’ Billy ed Elvis Perkins; e diciamo anche che non è per sua natura un innovatore al pari di amici come Sam Beam e Sufjan Stevens, gente che con il passare degli anni si è distaccata dai suoni scarni ed acustici per aprirsi addirittura all’elettronica.
Al di là di ciò, preme qui cercare di descrivere la fattura di questo nuovo lavoro in studio che il cantautore americano classe ’77 ha inciso assieme ai musicisti che nell’ultimo biennio lo hanno accompagnato dal vivo. Che Mountains Of Sorrow, Rivers Of Song sia caratterizzato da un’impronta assolutamente elegante e in gran parte acustica lo si percepisce contemplando l’arpeggio e i tappeti sonori scelti per caratterizzare le battute iniziale di Johnson Blvd, la prima traccia del cd. Ben più concitata e incalzante è invece la successiva Stranger, canzone dal tiro notevole e contraddistinta da un registro sonoro tendente sostanzialmente al (folk) rock. Se la componente folk non sembra poi così marginale neanche in Scamps, in Chill In The Air, quarto pezzo in scaletta in cui figura anche l’impronta vocale della bravissima Alison Krauss, si ritrova al contrario quell’intensità, quella dolcezza, riscontrata già nell’opening-track. Ritmi rallentati e morbidi arrangiamenti caratterizzano sicuramente sia Dresser Drawer che Indonesia. Dirompente e inaspettata è però la traccia numero sette del cd, vale a dire High Water. In questo caso si incappa in un episodio molto atipico per quella che è la raffinatezza artistica generale di Lee. Il pezzo, dalla durata abbastanza breve, strizza quasi l’occhio ai Black Keys meno “riffettari”, meno esplosivi, e più destabilizzanti. Notevole qui soprattutto il groove. Dopo High Water è la volta di un altro componimento molto brillante ed energico: The Man Who Wants You. Prodotto in maniera a dir poco superlativa, The Man Who Wants You appare come un brano davvero bello e solare grazie al suo mix ben collaudato di soul e funky in stile Robert Randolph. Arrivati a Loretta il disco sembra tornare sui binari di un onesto ed ammaliante pop acustico dalle venature folk. Ben più retrò è poi la deliziosa Plain View, con i suoi echi anni Sessanta e quel sound favoloso che è un po’ una via di mezzo tra il country e il bluegrass. L’album si chiude infine con un’accoppiata di brani davvero interessante: Mountains Of Sorrow, eseguita assieme a Patty Griffin, e Burden. Anche in quest’ultima traccia qualità e ispirazione appaiono semplicemente egregie.
Insomma, la percezione che con questo lavoro il songwriter di Philadelphia abbia riconfermato quanto di buono fatto con il già citato Mission Bell è forte. La speranza è che stavolta se ne renda conto anche la critica internazionale, da sempre un po’ troppo scettica di fronte alle grandi risorse autoriali e musicali di Amos Lee.
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