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Un gran bel disco di sano rock and roll, un qualcosa che sembra ormai destinato a scomparire in tempi come questi sovrastati dall’elettronica e da una rincorsa ad uno sperimentalismo astratto. Qui invece, sulle tredici tracce che compongono questo American Ride nuova fatica discografica di Willie Nile si respirano soltanto vibrazioni buone, tanta energia e una carica positiva che sa essere davvero contagiosa. Siamo quasi sui livelli di Streets Of New York, l’album più completo, forse il disco più maturo, realizzato finora dall’interprete e songwriter americano originario di Buffalo, che si era imposto all’attenzione di tutti negli anni Ottanta.
Dopo aver attraversato un lungo periodo di crisi, Willie Nile è tornato a far parlare di sé alla fine del 2001 e da allora in poi non ha più sbagliato un colpo. Adesso, a 65 anni compiuti, dimostra di aver ancora qualcosa da raccontare in musica e lo fa con l’intensità giusta e con una carica non indifferente. Il nuovo American Ride è un album, ricco di sfaccettature diverse, ma con un unico tema conduttore: il rock and roll, visto come quella sola ed unica entità spirituale ed artistica in grado di salvare il mondo. Si parte subito con il piede sull’acceleratore con This Is Our Time, un rock and roll a tinte punk davvero gustoso, seguita dalla deliziosa Life On Bleecker Street, una rock ballad densa di ritmo sulla vita di New York. Ma il vero piccolo capolavoro è American Ride, la title track, una country folk ballad scritta insieme a Mike Peters, ex Alarm, ora con i Big Country: descrive un viaggio che attraversa l’America intera e sembra quasi di stare in auto con gli autori ad ascoltare la melodia piacevolmente andante di questo “soulful” rock and roll. Molto bella anche la cover di People Who Died, il noto brano di Jim Carroll, mentre c’è tanta leggerezza ed autoironia su If I Ever See The Light, Say Hey e su God Laughs, quest’ultima scritta con Eric Bazilian. She’s Got My Heart è un brano assolutamente romantico, delicato e melodico quanto basta, una slow ballad che possiede la forza delle cose semplici e vere. Le chitarre tornano a suonare forte e bene sulla straordinaria Holy War, un “combat rock” con tante venature punk.
Vi segnaliamo ancora la bellissima The Crossing, una toccante ballata lenta che vede Willie Nile al piano e alla voce, mentre Suzanne Ornstein accompagna il brano con la sua viola. L’album si chiude infine con There’s No Place Like Home, un brano che porta con sé echi della musica di Pete Seeger e di Woody Guthrie, in pratica un tributo alle radici della musica americana.
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