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Jonathan Wilson
Fanfare
2013
Bella Union
di Giuseppe Celano
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Fanfare è un bel disco, sarà difficile parlarne. Il personaggio in questione è Jonathan Wilson, miglior esordio per Uncut con il suo precedente Gentle Spirit. La titletrack, che fa anche da opener, è Fanfare, una composizione altisonante fatta d’archi, arrangiamenti raffinati, batteria filtrate e violini che cullano, ma non rassicurano, l’ascoltatore fiondandolo in una sorta di atmosfera gelatinosa quasi impalpabile. In mezzo s’insinua la voce appena accennata di Jonathan sostenuta da poche note di pianoforte prima che tutto esploda in una galassia policromatica di suoni rafforzati da un sax impazzito.
Un inizio col botto, non c’è che dire. La ninna nanna Dear Friend è roba che avrebbero potuto fare i Pink Floyd se in quel periodo ci fosse stata la possibilità di comprare un riff della tua band preferita e farsi scrivere una canzone. Sette minuti di crescendo psicotropo e chitarre filtrate da uno strano wah-wah che sul finale lambiscono sentieri limitrofi a Santana prima che rimbecillisse completamente. Love To Love è intensa, omaggia Dylan e Rod Stewart senza scimmiottare nessuno dei due e mantenendo una propria anima. Future Vision sembra costruita sulla falsa riga melodica di Superstition (Stevie Wonder) ma leggermente rallentata. In Moses Pain spuntano i migliori Eagles per lasciare posto a Simon and Garfunkel che riecheggiano in Cecil Taylor, ma gli highlights del disco sono nascosti nelle sezioni psichedeliche di Her Hair Is Growing Long e Illumination, due perle lisergiche di fine grana. In New Mexico ci mette lo zampino Roy Harper che ne scrive i testi, mentre per la successiva Lovestrong non ci sono davvero parole che possano rappresentarne la bellezza, un picco emotivo mai più raggiunto durante il resto del disco. Gli altri nomi che costellano quest’album, che potremmo definire della maturità anche se suona strano definirlo così considerando che è solo il suo secondo lavoro, sono David Crosby e Josh Tillman/Father John Misty.
Fanfare è un album rotondo e pieno di musicisti, di suoni cangianti, d’esperienze e sentimenti che si riuniscono nelle tredici tracce di cui è composto. A differenza del suo predecessore più scarno e per molti aspetti superiore nella riuscita, Fanfare suona quasi pretenzioso, pomposo negli arrangiamenti, molto più suonato e quindi per molti troppo costruito. Ma queste sono solo fisime adatte a chi cerca la critica per il gusto di far il bastian contrario. In tutta onestà era molto tempo che non usciva un album così intenso e sognante.
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07/11/2013 -
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