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I Midlake sono una band assolutamente fuori dal tempo, in senso buono. Vivono nella loro bolla temporale dove l’eco di ciò che gli accade intorno – musicalmente – si perde, ma l’eco di quello che succede al loro interno si amplifica. La loro musica non tradisce il minimo segno di una possibile datazione: potrebbero essere un gruppo degli anni Settanta, quanto un gruppo uscito con il quarto album in studio nel 2013. Ma si percepisce che qualcosa è cambiato. La band texana è uno di quei gruppi dove se un frontman c’è è più una pura e semplice questione pratica, e non una precisa scelta; l’idea che si ha è quella di una band come un unico organismo omogeneo, ma con l’uscita dal gruppo di Tim Smith e una nuova line up che vede Eric Pulido passare dai cori alla main voice e l’introduzione di due nuovi membri rispettivamente alla chitarra elettrica e alle tastiere l’equilibrio è stato senza dubbio alternato; e un album come Antiphon con queste premesse è senza dubbio un piccolo miracolo.
I loro precedenti lavori, tanto The Trials Of Van Occupanther (2006) quanto The Courage Of Others (2010) erano due veri e propri gioielli: il primo dalle inflessioni più rock, il secondo squisitamente ispirato al progressive folk inglese. Il loro nuovo lavoro in studio è per certi versi un sunto dei due precedenti, per altri versi una nuova partenza: non abbandona la via del folk, ma le melodie si fanno più decise, le voci meno ovattate, il sound non è più così etereo ma acquista quella forza dal deciso sapore rock, che comunque il gruppo texano ha sempre avuto nelle performance dal vivo. Le chitarre acustiche lasciano il passo alle loro colleghe elettriche, la batteria passa in primo piano, mentre il flauto traverso fa un rispettoso passo indietro restando per lo più nascosto nei risvolti del tessuto sonoro. Il brano di apertura, Antiphon, mescola una ballata con una decisione e una stratificazione che di solito non le compete: le chitarre graffiano e la psichedelia è dietro l’angolo. Uno dei pezzi migliori dell’album è The Old And The Young, un brano letteralmente trascinato verso la fine da un ritmo ripetitivo e ossessivo. Più vicina allo stile dei precedenti lavori è invece la sezione centrale dove le atmosfere indie rock si stemperano in un folk progressivo che ha quasi un che di ancestrale, una breve parentesi incantata in cui Aurora Gone resta come un punto di congiunzione tra Antiphon e il resto della discografia dei Midlake. Sul finale rock e folk continuano a giocare la loro partita privata fatta di melodie vocali sovrapposte, chitarre, suoni distorti e tintinnii appena percettibili, fino alla ripresa finale di Provider (traccia numero due del disco) che a dire il vero lascia il discorso in sospeso, senza un vero e proprio finale, solo...la musica finisce.
I Midlake sono una di quelle band da vivere, fanno parte di quelli che o ami o odi, non sono melodie da canticchiare sommessamente in autobus, non vi sveglierete con in testa un ritornello, ma piuttosto la loro musica lascia addosso una sensazione di calore, di intima dolcezza. Certo ci vorrà un po’ di tempo per ritrovare l’equilibrio perduto, ma Antiphon fa ben sperare, è un lavoro sa toccare le corde giuste, far affiorare ricordi da legare a emozioni sopite, mentre si ci perde tra suoni e voci chiudendo gli occhi e lasciando fuori tutto il resto.
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