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San Diego, California. Isaiah Mitchell (Howlin’ Rain, Nebula) Mike Eginton e Mario Rubalcaba sono tre loschi figuri armati dei tre strumenti che stanno alla base del rock, chitarra basso e batteria. Formati nel 2001, suonano uno space-rock molto heavy e intriso di svisate lisergiche. Le composizioni s’incentrano sulla tradizione dei Seventies attraverso super riff potenziati, basso killer e sezione ritmica dall’effetto schiacciasassi. Stiamo parlando del power trio Earthless arrivati oggi al terzo full-length, con tre ep e un live at Roadburn Festival che è la loro seconda casa.
From The Ages presenta quattro tracce la cui durata media è di quindici minuti tranne per l’ultima di ben trenta. Andando a sezionare la loro musica troverete una temibile mistura, altamente incendiabile, di Hendrix e Led Zeppelin elevati alla quinta potenza. L’opener Violence Of The Red Sea da sola basta a giustificare l’acquisto del disco, ma se siete di stomaco debole o vi piacciono i Cani e Justin Bibier un minuto del loro sound basterà a farveli odiare in pochi secondi. Qui non c’è spazio per i testi né per le chiacchiere a vuoto dei critici “colti”, questa è gente che suona amalgamando gli stili e risputandoli a loro modo in una jam infinita. La suddivisione in quattro pezzi è puramente funzionale al formato del disco. Avrebbero potuto farne anche solo uno e mandarci tutti all’ospedale per disorientamento sensoriale e cognitivo. Il fiume fatto di wah-wah e fuzz, che sale come la marea e ridiscende in base alle accelerazioni ritmiche del batterista, travolge qualunque cosa incontra sulla sua strada. È un sound impossibile da irretire, non c’è modo di imbrigliarlo in studio in modo da rendere bene ciò che è stato ideato durante i loro live. Il miglior modo di fruire della band è infatti la dimensione live, l’amore per la psichedelia trova terreno fertile in Uluru Rock, mostruoso pachiderma che si muove sì lento ma capace di asfaltare le orecchie di qualunque ascoltatore. Le note ribattute, i feedback e il giro ipnotico del basso mammut preparano il terreno per la chitarra hendrixiana che sembra ricavata da una versione trasfigurata di Machine Gun.
Seppur sfruttando a pieno i linguaggi ormai consunti di questo genere, gli Earthless sono capaci d’intraprendere nuovi sentieri che fanno della potenza e della quantità il loro punto di forza. Sono dei vincenti, non c’è altro modo per definirli. Quando si pensa che stiano per esalare l’ultimo riff, la sezione ritmica effettua un balzo felino in avanti aumentando spaventosamente la velocità necessaria per viaggiare attraverso le galassie dello space-rock.
From The Ages è un viaggio fra costellazioni, nane gialle implose e lingue di fuoco letali. Per stemperare questa violenza sonica il trio (si) concede un piccolo break dall’andamento maestoso e dalla presa magnetica. Equus October è infatti una breve, se confrontata con il resto, take di cinque minuti che fa da prologo del mastodonte finale From The Ages, pièce de rèsistance che racchiude quanto finora detto. Immaginate, per quanto possibile, la creazione di una nuova galassia come fu per il Big Bang. La traccia finale parte con questa velocissima e ingestibile esplosione di calore, poi rallenta abbassando la temperatura e permettendo la nascita della vita attraverso una continua e irrefrenabile espansione progressiva. Le centinaia di note lanciate su scale velocissime, i riff ossessivi e la sezione ritmica sono proiettate in nebulose poste nella lenta sezione centrale del pezzo, come una piccola glaciazione che verrà presto soppiantata da una nuova ripartenza al fulmicotone.
From The Ages è il propellente dalla micidiale potenza necessaria per questo viaggio intergalattico. Space is the place.
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