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Che la logica sottostante alla re-issue in una dozzina di versioni limitate diverse, o alla merchandising mania e al collezionismo indotto che in certi casi sfociano in picchi di suprema follia e pacchianaggine, sia di ordine bassamente economico, ci può stare: anche il metal non è l’Isola Che Non C’è, da questo punto di vista. Se però lo fanno i Saxon, se permettete, il discorso cambia. I guerrieri britannici, infatti, cedono al richiamo della re-issue orchestrale, ma ci mettono una classe innata e quella carica di genuinità che ad altri è venuta a mancare, e che, a me almeno, e spero anche a tanti altri, fa credere che in questo emisfero musicale, a differenza di altri, ci sia ancora qualcosa di bello e di autentico.
E, d’altra parte, il loro Unplugged And Strung Up in versione doppio CD include anche il mitico best of Heavy Metal Thunder in una versione rimasterizzata e tirata a lustro per l’occasione, che è roba da stendere in due nanosecondi il più nerboruto dei biker per potenza e attitudine rock. A dimostrazione della tenacia e dell’onestà con la quale i leoni della NWOBHM restano saldamente attaccati alle proprie radici. Ma se quella di Heavy Metal Thunder è una tracklist che da sola rappresenta la crème de la crème dei classici del metal, sulla quale non c’è nulla da dire che non sia pura speculazione, due parole vale la pena spenderle sulle variegate ri-registrazioni di Unplugged And Strung Up.
Stallions Of The Highway apre, anzi infiamma la tracklist con un’energia inaudita e delle chitarre pazzesche, che chiariscono senza mezzi termini perché ci sono band che si avviano a celebrare il mezzo secolo di onorato servizio e altre che si bruciano al secondo disco; anche Forever Free e Just Let Me Rock assumono una simile veste da rock Anthem, mentre Crusader, The Eagle Has Landed e Call To Arms, che già nella versione originale sono pura epica tradotta in metallo, si caricano di una tonalità ancora più eroica e sentita nella versione orchestrale proposta. Sorprendenti e intimiste le versioni acustiche di Frozen Rainbow e Iron Wheels, che Byford dedica al padre recentemente scomparso, e curiosa la chiusura in stile Southern Rock offerta da Coming Home.
Chiamatela, se volete, carisma, o esperienza, o mestiere; ma in questa band c’è davvero qualcosa di profondamente consolatorio e per certi versi commovente. Qualcosa di immortale ed immutabile, ma non di immoto; anzi, è qualcosa di irresistibilmente vivo, e che fa sentire vivi. Qualcuno lo chiama “essere rock”. E penso che sia la definizione migliore.
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