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Formazione e nuova vita, a quanto pare, per i metallers danesi Rising. L’annunciato abbandono del batterista Jacob Johansen e del bassista nonché vocalist Henrik Hald, dovuto a loro dire ad insanabili divergenze artistiche e creative, ha lasciato il chitarrista Jacob Krogholtsostanzialmente in braghe di tela. E’ pur vero che, prima della rottura definitiva, i tre sono riusciti a sopportarsi abbastanza da completare le registrazioni di un album, ”Abominor”, che, ascoltato col senno di poi, suona foriero di grandi cambiamenti per la band, alla luce della netta presa di distanza dalle sonorità melodicamente ed epicamente heavy che ne avevano caratterizzato le release precedenti. Ad ogni modo, Krogholt non si è perso d’animo e ha riassemblato i Rising con l’aiuto del batterista Martin Niemann, che aveva originariamente cofondato la band con lui nel 2008, e con il supporto logistico della struttura della sua label Indisciplinarian. Parafrasando gli Scorpions, dicevamo che il vento del cambiamento spirava già da qualche tempo, non a Berlino ma a Copenaghen, in casa Rising. Il trio Krogholt/Hald/Johansen si era originariamente messo in luce per la capacità di comporre pezzi di ampio respiro, intessuti di una logica musicale lineare, coerente e molto melodica, occasionalmente persino sconfinante nell’epic. Cosa che non si ritrova in “Abominor”, in cui il sound è nettamente più affilato e le tematiche si fanno più personali e sofferte; non di rado evidenziano il dualismo lacerante che sempre si presenta contestualmente alle grandi scelte della vita (coraggio/codardia, verità/bugie …), accreditando ulteriormente la teoria che questo album sia una sorta di catarsi dei contrasti che si erano venuti a creare all’interno della band. Infatti l’opener The Disdain introduce immediatamente un uso della voce inedito per i Rising, più distorto, vagamente influenzato dal crust e dal punk. Influenze che si ritrovano anche in una prima parte di Reproach, che verso la metà vira – non saprei quanto coerentemente – verso un uso più intensivo dei bassi che la incupisce non poco. Vengeance Is Timeless è il brano più vicino alle basi heavy della band. Lo è in parte anche The Hills Below, che però risente di qualche stop and go di troppo. Distorsioni e pesantezza ritornano in Leach e nel peso massimo Suffering Nameless, mentre Broken Asunder torna a includere un buon assolo di chitarra e altri elementi più classici. Interessante il contrasto finale tra l’aggressiva The Malice e la più easy Gaunt: ennesima rappresentazione in chiave retorica dei conflitti, sia con il proprio mondo interiore che con quello esteriore, e della dualità, a questo punto dichiarata, della band? Può darsi che sia un’interpretazione forzata, e comunque potremo dirlo con sicurezza solo col tempo, quando sapremo quale delle due vesti sarà quella privilegiata. Intanto, il tumultuoso succedersi degli eventi ha comportato qualche sacrificio, infatti per dare a Niemann il tempo di prendere confidenza con il nuovo materiale e nel frattempo cercare un bassista e un vocalist in pianta stabile, si è deciso che per il momento i nuovi Rising non effettueranno tour promozionali per “Abominor”; ma, insomma, ce ne vuole pure a riprendersi dopo una botta del genere che minaccia di mandare all’aria tutta la tua carriera, quindi tanto di cappello a Krogholt e in bocca al lupo per la sua nuova, promettente avventura musicale.
Track list: 1. The Disdain 2. Reproach 3. Vengeance is Timeless 4. The Hills Below 5. Leech 6. Suffering Nameless 7. Broken Asunder 8. The Malice 9. Gaunt
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