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Nirvana
In Utero (Deluxe Reissue 2013)
1993
Geffen Records
di Mirela Marta Banach
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“Vorrei imparare ad alternare le cose, passare ad un suono psichedelico, ma fortemente strutturato”, rivelava Kurt Cobain al senior editor del RS David Fricke, all’indomani dell’uscita di In Utero. Probabilmente non realizzava di aver già raggiunto il traguardo proprio con l’ultimo lavoro in studio: con esso moriva il grunge dal tessuto connettivo più mainstream generando l’embrione che avrebbe arricchito il fitto miometrio del rock&roll di strutture vasali sanguigne, nervose eppure dallo strato spesso e disteso.
In occasione del ventesimo anniversario della pubblicazione non rimane che indagare nel “fondo dell’utero” ripercorrendone, senza biopsie già ripetute, la genesi e, soprattutto, l’immortale referto arricchito di novità scavate dal suo nucleo più profondo. Venire alla luce dopo il polverone Nevermind (1991) non fu facile. Never mind. Sarà paradossalmente la fortuna commerciale a dare lo stimolo giusto per una ricerca maledetta, minuziosa, tendente verso un’inconsuetudine sonora spoglia, essenziale e stralunata. Guidati dal produttore Steve Albini, i Nirvana si tolgono di dosso l’imbarazzo odorante di spirito adolescenziale per alienarsi da tutti e contro tutti nei Pachydorm Studios di Cannon Falls e generare, nel giro di pochi mesi, tredici tracce non degne dei tempi che (non) le accolsero (a dovere). La fine di Cobain e l’apologia mediatica che ne susseguì imbalsamarono l’immagine del triste frontman-flanella nella coscienza della NOSTRA generazione (è reato confessare che conobbi The Man Who Sold The World proprio grazie all’Mtv Unplugged nei Sony Studios di New York?) spostando, con ovvietà, l’attenzione su approfondimenti svuotati di primordiale immersione musicale.
Non voglio esaminarne ogni cellula con tecnicismi microscopici, striderebbe col mio intento. E’ semplice: prendete in mano questo corpo rinato ed esploratene l’anatomia dai tagli psichedelicamente folli (la “profumata” Scentless Apprentice; Milk It; Tourette’s), garage (Very Ape; Radio Friendly Unit Shifter) e pixiesianamente alternanti sofficità e durezze (Heart-Shaped Box; la “scandalosa” Rape Me; Pennyroyal Tea). Immergetevi nella memoria dei classici inclassificabili (Serve The Servants; la “polliana” Dumb; All Apologies) ma soprattutto scoprite le inedite b-sides: le proprietà antispasmodiche di Marigold, il psycho erotismo di Moist Vagina, il primordiale grunge di Sappy e la tematica tanto cara al Mr. Cobain di I Hate Myself And Want To Die. E se da buoni schizzinosi non dovesse bastarvi, godetevi i remixes, rifugiatevi nell’essenza dei demo o la spontaneità del Live & Loud al Central Waterfront di Seattle del dicembre ’93.
Conclusion came (and comes) to you…
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03/12/2013 -
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