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Per qualcuno gli Arcade Fire non sono stati più loro già dopo il loro primo disco, quel "Funeral" , meravigliosa perla indie che li fece conoscere al mondo nel 2004. "Neon Bible" , uscito nel 2007, era troppo mainstream , e troppo poco di nicchia, per non parlare del successivo "The Suburbs" , uscito nel 2010 e che li lanciò definitivamente nell’empireo del rock mondiale, stadi e arene piene, successo e vendite milionarie. Chi si fosse fermato a Funeral, insomma, si sarà perso due tra i dischi più belli degli ultimi dieci anni, e probabilmente si perderà anche questo, a nostro parere il disco dell’anno.
Reflektor arriva a tre anni di distanza dal loro ultimo lavoro, e gli Arcade Fire, guidati dalla coppia Win Butler e Régine Chassagne, hanno chiamato James Murphy, leader degli LCD Soundsystem, per affiancare alla console Markus Dravs, (che aveva prodotto The Suburbs), affidandogli di fatto il compito non per forza semplicissimo, di virare il suono della band verso una produzione dove suggestioni disco, massicce dosi di elettronica, un laborioso lavoro di produzione di studio, potessero contaminare il rock alla Arcade Fire.
Il risultato è sorprendente, tanto da tradire l’orecchio magari distratto di chi si aspettava un suono più rassicurante, di chi (vedi inizio articolo) anche stavolta sperava disperatamente che Butler e soci fossero tornati alle origini di Funeral, e soprattutto di chi, per partito preso, al primo accenno vagamente da dancefloor storce il naso, rifugiandosi in uno scontato quanto anacronistico “questa roba non è rock”. Ed in effetti già il primo brano, la Reflektor, che dà il titolo al disco, è subito spiazzante: il basso dritto, la cassa che pulsa rotonda, in 4, il charleston in sedicesimi, tutto molto limpido, pulito, così come il cantato che entra quasi in mezzo falsetto, carica di effetto. Eppure il pezzo è travolgente (e va sottolineato anche il cameo di David Bowie nei controcanti ad arricchire e valorizzare la tavolozza sonora), perché la sua ipnotica andatura dopo averti avviluppato, si sviluppa, si muove, si dirama, con costanti e continue aggiunte: l’ingresso dei fiati è brillante, formidabile, quasi poetico nel suo essere inatteso, e nel prosieguo tocca agli accordi del piano dettare ritmo e armonia, un pianoforte in odore di New Orleans, ma rallentato, svisato, annacquato come da un potente “reflektor”, e che sposta il brano ancora più in là, fino al finale, ormai saturo, pieno, contagioso. E’ vero, sembra non esserci sudore, la carne al fuoco, il cuore rock...ma è solo un’impressione, anzi ancora meglio, è solo l’effetto “ironico” della rappresentazione (perfettamente resa dal video ufficiale del brano), dove il tutto, dalla voce diradata, alle sonorità ampliate dai reverberi, al basso limpido da disco, porta verso la versione “riflessa” della realtà, vero simulacro del nostro tempo, e totem inarrivabile che impregna in sostanza tutto questo disco.
Basterebbe solo l’arrangiamento di questo brano, al quarto, quinto ascolto, perché in prima battuta sembrerà appunto “artificioso” e troppo “prodotto”, per capire che si è di fronte ad un lavoro quasi maniacale, di cesello, dove tutti i particolari, quelli che magari emergono all’ennesimo ascolto, concorrono a creare l’effetto complessivo. Se non è un concept, è perché al giorno d’oggi i concept non si fanno più, e se non travolge il mercato discografico come una piccola rivoluzione, come celebri antesignani di “rivolte” musicali che gli sono stati accostati hanno fatto, come Achtung Baby, o Kid A, è solo perché il mercato discografico non esiste più. E’ forse ancora più normale, invece, che la commistione di suoni tra pop e dance, l’uso di sonorità, cadenze ritmiche e strumenti a percussione non classicamente rock, abbia fatto pensare ad un disco maiuscolo come Remain In Light, capolavoro dei Talking Heads. In Reflektor, già dal primo brano, ma in misura maggiore in altri, non mancano ritmi caraibici, percussioni ostinate e tappeti ritmici ostinati, che trovano nell’elettronica, sontuoso contraltare, il cui equilibrio diviene di volta in volta punto di forza della scaletta dell’album, e in pochi casi punto debole, quando la miscela non regge, o fatica a sorreggere lo scheletro di accordi e linea melodica. Se We Exist col suo basso che arriva direttamente dagli anni ’80, e con quel botta e risposta delle chitarre elettriche si muove con leggera inquietudine puntellata da un arrangiamento curatissimo, e Flashbulb Eyes nonostante un tappeto percussivo notevole e un incedere a metà tra tribale e suggestioni orientali, rappresenta uno dei rari momenti meno a fuoco di cui si è appena detto, uno dei momenti più trascinanti della scaletta è sicuramente Here Comes The Night Time, dove il brano parte a mille, si adagia su un ritmo lento dove il chorus viene sottolineato, valorizzato, dilatato, spostato su un giro di accordi robusto, inattaccabile, per procedere poi verso il crescendo finale dove un vortice di archi riporta il brano alla velocità iniziale, con uno strepitoso reprise accelerato, questa volta in perfetto stile corale Arcade Fire, dello stesso chorus.
Normal Person si muove su accenti più pesanti e con un’ inquietudine distorta, “Son così confuso, sono una persona normale?”, che rimanda allo straniamento che si “riflette” in tutto l’album, così come You Already Know, si muove in territorio quasi ska provando a distrarre da qualsiasi dubbio: “Tu già sai”, inutile chiedersi perché ti senti così male. Joan Of Arc è l’evoluzione del marchio di fabbrica Arcade Fire in chiave disco, dove il controcanto quasi accennato di Régine, sottolinea un andamento trionfale, gridato, ma ancora una volta cinico, disilluso e fatalmente ironico: ”Prima ti amano, poi ti uccidono, quindi ti amano di nuovo”. Mentre da qui in avanti il programma si fa sempre più ricco di inserti elettronici, fino ai campionamenti rarefatti, noir, di Porno, ma anche di suoni percussivi sempre più incalzanti come nell’accoppiata Awful Sound e It’s Never Over, con Afterlife, gli Arcade Fire chiudono il cerchio con un brano bellissimo, emozionante. Brillante nella scrittura del testo (“Possiamo farla funzionare? Gridiamo e urliamo finché non funzionerà!”), nella stesura dell’arrangiamento (andatevi a sentire al minuto 1’ e 13”, l’ingresso della linea di basso ), incalzato da un riff di synth in evidenza, fisso dall’inizio alla fine, e da una ritmica praticamente disco, è forse la summa di quello che sono oggi gli Arcade Fire, carichi del loro passato, ma proiettati (rilfessi?) in una nuova versione di sé stessi. Capaci di inventarsi una linea melodica killer, un paesaggio sonoro devastante per forza e potenza, anche senza incalzare con le chitarre distorte, ma con la cinica e desolante forza dell’ultima arrendevole disperazione: “e dopo questo, può durare un’altra notte? dopo tutti i cattivi consigli non avevo niente a che fare con la vita”. Afterlife è l’aldilà, e tutto sembra far pensare ad un addio, ma forse è solo una vita diversa, una vita nuova dopo una vita brutta, sbagliata. Nella sua travolgente bellezza, questo brano lascia attoniti, per quanto inevitabilmente con l’amaro in bocca, ma non ancora sconfitti (si consiglia anche in questo caso la visione del video, molto significativo).
Dal punto di vista lirico, ad uscirne a pezzi da un disco così, è l’umanità in generale, nei suoi individui, costretta ad una costante, inutile e superficiale resa dei conti virtuale, capace di rappresentarsi (o di riflettersi, appunto) ma non di essere. Il “we exist” è traditore, finto, e si regge solo sulla miseria degli altri (“chiedendoci l’elemosina, pregando che noi non esistessimo”). Un po’ come le ombre della notte presagite in Here come the night time, o il sintomatico rimando ad un “afterlife” che svuota appunto di significato (ma ovviamente non di miriadi di inutili significanti) l’esistere. Gli unici momenti “vitali”, di consapevole essere, sembrano quelli in cui ci si confronta con l’altro dall’umano, che sia la proiezione storica (Joan Of Arc) o quella mitica (Eurydice e Orpheus), oppure ci si rifugia o si rifugge, nello, o dalle, distrazioni dell’umano (Porno) o nel suo passatempo preferito, il senso di colpa, che ci fa sentire colpevoli ma giustificati: “Dicono che il paradiso è un posto. Loro sanno dov’è. Tu sai dov’è? E’ dietro il cancello, loro non ti lasceranno entrare” e ancora: "Se riesci a sentirlo, allora le regole sono morte. E se tu sei il giudice, qual è il nostro crimine? Ecco che arriva la notte”, (Here Comes The Night Time).
Gli Arcade Fire colpiscono duro con un disco che non cerca affatto il facile consenso dei fans che in questi dieci anni hanno imparato a conoscerli, ma a ben vedere neanche di quelli che li conoscono poco o non li amavano prima. Reflektor è un album disarmante nella sua lucida bellezza, destinato a diventare, a suo modo, un classico dei nostri tempi.
Gli Arcade Fire che hanno suonato Reflektor: Win Butler - chitarra, voce, basso, tastiere, Régine Chassagne - tastiere, voce, cori, xilofono, percussioni, Richard Reed Parry - chitarra, percussioni, cori, tastiere, Tim Kingsbury - basso, cori, chitarra, Will Butler - percussioni, chitarra, basso, cori, Jeremy Gara - percussioni, chitarra, cori.
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