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Nel grande luna park metallico scandinavo, la Norvegia si è sempre distinta per aver dato i natali ai generi black e pagan, o quanto meno l’immaginario collettivo medio ha reso pressoché meccanica tale associazione; in questa occasione, i norvegesi No Dawn sconfinano platealmente nel territorio della vicina Svezia con una proposta death-e-basta, dall’evocativo titolo ”Dark Aura”. Proposta invero piuttosto estrema, tanto da discostarsi anche dal sound di Stoccolma, per il semplice fatto di non avere assolutamente niente di melodico. A dire il vero, qualche tentativo di arrangiamento semi-orchestrale, e neanche tanto ingenuo, c’è, al punto che già qualcuno ha azzardato un paragone con i colossi a stelle e strisce Nocturnus. Però, inutile negarlo, parliamo di due registri compositivi differenti, e nella quasi totalità dei casi gli inserti sinfonici dei No Dawn danno la sensazione di essere oltremodo sperimentali, nelle intenzioni più che nella riuscita. Il ragionamento alla base, presumibilmente, è stato “Proviamo a variare un po’ il sound e vediamo cosa succede”. Ciononostante, il risultato non è affatto malvagio; per essere esatti, è una randellata pazzesca il cui intento dichiarato è ridurre l’ascoltatore a un mucchiettino di poltiglia sanguinolenta e ossa frantumate. Obiettivo raggiunto in misura convincente, a dispetto di un songwriting e di una produzione che non lasciano grande spazio al pathos, e che anzi il più delle volte non catturano l’attenzione come dovrebbero. La sezione ritmica è semplicemente devastante e la batteria iper-triggerata di Kent Skjeflo è decisamente lo strumento dominante, il che, in fondo, potrebbe valergli un plauso al coraggio per la scelta non privilegiare la catchiness dei brani. Ma l’insieme è davvero un po’ troppo magmatico e uniforme, e la performance priva di compromessi del frontman Tor Erik Simensen non aiuta a modularlo più di tanto. La sua vocalità atra e cavernosa non ha grandi guizzi di fantasia, è funzionale all’approccio di assalto frontale della band, ma è chiaro che un po’ più di immaginazione avrebbe giovato a quest’album. Si distinguono, a tratti, le sole God Ov Torment e The Voice Ov The Abyss, dove le divagazioni sinfoniche di cui sopra si combinano piuttosto bene con un riffing funereo e tragico, che giova non poco all’atmosfera e al mood generale. Ulteriore riprova di una capacità creativa latente, che la formazione norvegese ha (temporaneamente?) parcheggiato a vantaggio di un sound autoptico e furibondo, che fa risaltare ora la velocità (Inevitable Downfall, Hail The Burden, Dark Aura) e ora la pesantezza (Terror Divine, Exit Sanity). Buona anche The Human Curse, che sfoggia forse il miglior punto di fusione tra impeto e compattezza, includendo anche elementi marcatamente thrash. Un album e una band che non fanno prigionieri, e di un approccio così radicale gli va dato atto; ma, per non esaurire subito la benzina, ci vuole qualcosina in più.
Tracklist: 1. Preludium Ex Chaos 2. Dark Aura 3. Terror Divine 4. Exit Sanity 5. The Human Curse 6. Inevitable Downfall 7. God Ov Torment 8. The Voice Ov The Abyss 9. Hail The Burden 10. The Final Departure
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