Tutti ricordano il successo internazionale di un film come “Il Silenzio degli Innocenti” (1991) diretto da Jonathan Demme.
Ebbene nel corso di una scena importante, girata nel covo di Buffalo Bill, lo psicopatico che rapiva donne e bambine, entravano sinuose le note di “Goodbye Horses” che accompagnavano inquadrature inquietanti. Quella canzone - talmente bella che rimase impressa nella memoria degli spettatori - era cantata da Q Lazzarus, una cantante americana con un’ottima impostazione vocale che veniva fuori dal nulla ed era ai più sconosciuta. L’aveva voluta nella colonna sonora del film Jonathan Demme, il regista, che l’aveva incontrata per caso, come passeggero del taxi che lei stessa guidava.
Era questo il suo lavoro, quello di autista, non era di certo una cantante professionista. E proprio allo stesso modo Q Lazzarus fece la conoscenza, diverso tempo dopo, a New York, nel 2019, del regista Aridjis Fuentes, che diventò poi il direttore del documentario intitolato :” Goodbye Horses:The Many Lives of Q Lazzarus” che uscirà nel corso del 2025.
Ecco questa “collection” altro non è che la colonna sonora di quel documentario ed è composta da ventuno brani inediti, del periodo 1985-1995, che sono stati tratti dall’archivio personale di Q Lazzarus. Le canzoni erano su file digitali e su cassette, ma sono state rimasterizzate con cura e hanno assunto una nuova dimensione, peraltro godibilissima, in pratica una nuova vita. Naturalmente non poteva mancare la versione originale della celebre “Goodbye Horses”, ma ci sono tanti altri pezzi interessanti dei quali proprio nessuno era a conoscenza.
Ci riferiamo a brani come “My Mistake” e “Hellfire”, ispirati alla “house music” dell’epoca, oppure a pezzi come “I See Your Eyes”, “Bang Bang” e “Don’t Let Go” di ambientazione più vicina al rock chitarristico o ancora alla versione “dub” di “Summertime”, la nota composizione di Gershwin. La vocalità di Q Lazzarus, evocativa e potente, non è molto dissimile da quella di Alison Moyet o di Annie Lennox e i brani non risentono del fatto che tanto tempo è passato. Musica pop mescolata ad accenni di “new wave” e una buona “cover” di “Heaven” dei Talking Heads di David Byrne.
Un album davvero interessante, una artista tutta da riscoprire, a tre anni di stanza dalla sua morte, avvenuta a soli 61 anni d’età, a causa di un male fulminante.
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