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Jont
Supernatural
2008
Unlit Records
di Andrea Belcastro
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Il “gigante scalzo” del New Acoustic Movement britannico dopo una serie di brillanti successi di pubblico e critica (seguitissimo dai primi in concerto e coccolato dai secondi sulle riviste specializzate) si ripresenta con il suo secondo album e mezzo, se contiamo oltre al lavoro d’esordio “28” anche il più recente EP “One Long Song” e il singolo "You Can Be The Stars". “Supernatural” ha il difficile compito di cristallizzare la carriera di Jont, arrivato alla decisiva svolta della carriera. Cioè quella di diventare alternativamente e fatalmente una star oppure una delle tante meteore del panorama indie pop-britannico. E quindi non più una brutta copia di Chris Martin, James Blunt o Damien Rice (anche se, soprattutto vocalmente, a quest’ultimo somiglia davvero) come qualcuno, anche con un po’ di cattiveria gratuita, lo ha definito.
L’album registrato la scorsa estate tra Parigi e Londra è curatissimo nei suoi raffinati arrangiamenti acustici e nella estrema pulizia del suono della chitarra e della voce di Jont, e più in generale dal punto di vista prettamente tecnico non si possono fare molti appunti. A fare da apripista è la title track, brano assolutamente avvolgente ed agrodolce che nonostante prenda in prestito la linea melodica del ritornello di "Breakthrough" - una misconosciuta, ai più, canzone del Richard Wright solista (sì, il tastierista dei Pink Floyd) - si appresta a diventare di diritto uno dei cavalli di battaglia presenti e futuri del giovane songwriter inglese. Le successive "Candlelit", "Sweetheart" e "Don’t Waste All Your Tears" mostrano a pieno la direzione di maturazione artistica che Jont sta cercando di perseguire. Si tratta di composizioni valide che pescano, citano e ammiccano più o meno velatamente a grandi cantautori come Lou Reed ("Candlelit" si pone a metà tra "Walk On The Wild Side" e le morbide ballate del terzo album dei Velvet Underground) Jackson Browne e Nick Drake, e non per caso risultano anche essere la colonna portante di tutto il lavoro. In realtà è difficile trovare una canzone brutta o non sufficiente, il problema è che aleggia sui restanti pezzi una strana sensazione di “già sentito” e una leggera monotonia di fondo senza spunti eccellenti che facciano gridare al miracolo. Quelli che riescono ad elevarsi grazie alla loro melodia accattivante sono "House Of Dreaming" e "Another World".
La sensazione è che una maggiore varietà stilistica avrebbe sicuramente giovato e garantito un miglior risultato finale per l’album, che in troppi punti (nonostante sia piuttosto breve, circa 40 minuti) sembra scorrere accomodandosi lievemente e quasi sottotono nel finale di "The Way Home", titolo che quasi sottolinea un viaggio partito con grande entusiasmo e concluso con un pò di stanchezza e pochi sussulti. Non è una bocciatura; la strada imboccata è sicuramente interessante, ma irta di pericoli se il giovane songwriter non deciderà di evolvere il suo sound e cercare nuove direzioni musicali, altrimenti correrà il rischio di ripetersi e rimanere sepolto sotto i suoi stessi colpi. Insomma, promosso ma con riserva.
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25/02/2008 -
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