|
La strada della cosiddetta “onestà intellettuale” è cosa rara nel mondo del rock odierno. Gli I Am Kloot però sembrano non abbandonarla, nonostante il passare degli anni. Questo “I Am Kloot Play Moolah Rouge” ne è l’ennesima dimostrazione. Registrato in soli due giorni interamente in presa diretta al Moolah Rouge di Stockford, per quanto con una microfonazione e una qualità sonora delle migliori, questo quarto lavoro- se si esclude il live “The John Peel Sessions” del 2006 - ci restituisce la dimensione più spontanea e lo-fi del trio di Manchester. Da sempre apprezzati per la loro bravura nei live, gli I Am Kloot provano stavolta a trasportarla su cd, restituendoci un album che è al tempo stesso intimo e graffiante. La formula è sempre la stessa: le canzoni, la chitarra e la voce di Bramwell, bravo a saper sempre emozionare senza scadere nel patetismo, e la sezione ritmica Jobson-Heargreaves, sempre puntuale e “robusta” al punto giusto. Alle sessioni di registrazione collaborano stavolta anche i fratelli Norman e Colin Mc Leo, rispettivamente al pedal steel e alle tastiere. Chiariamoci subito: “I Am Kloot Play Moolah Rouge” non è un disco che fa gridare al miracolo; in alcuni episodi la ricercata immediatezza sconfina nell’eccessiva semplicità, come in “Down At The Front”, ma questo è un rischio calcolato. Tutto quello che Bramwell e soci vogliono lasciare all’ascoltatore sono un pugno di canzoni suonate col cuore in mano, senza fronzoli. La dimensione cantautorale del gruppo è lasciata più libera che mai, esposta alla tipica malinconia di chi ha voluto vivere il Brit Pop da non protagonista. Il disco si apre con l’aggressiva “One Man Brawl”: chitarre sporche molto British, con la voce di Bramwell che graffia il microfono. Un’ottima opener. Si prosegue con “Chaperoned”, pezzo dal piglio tipico degli I Am Kloot, e con gli echi dylaniani della splendida “Ferris Wheels”. Quest’ultima è forse il brano più riuscito del lotto e ha il sapore della vita giovanile e girovaga di Bramwell e del suo gusto per le piccole cose, come la ruota panoramica del titolo. I pezzi più acustici come “Hey Little Bird” e “Only Role In Town”, che ricordano i tempi del New Acoustic Movement nel quale il gruppo era stato pretestuosamente inserito anni fa, si alternano a pezzi elettrici come “The Runaways”. “Suddenly Strange” abita dalle parti del precedente lavoro in studio “Gods And Monsters”, con le sue progressioni quasi jazzate, che esaltano l’ottima sezione ritmica basso-batteria. “Someone Like You” ricalca gli accordi del classico “Live Forever” degli Oasis, ricordandoci la non dimenticata vena British di Bramwell e soci. L’album si chiude infine con l’intimista e incompiuta “At The Sea”, canzone per sola voce e chitarra. Insomma “I Am Kloot Play Moolah Rouge” è un disco diretto, che piacerà sicuramente a chi ha apprezzato i precedenti lavori, ma che è anche in grado di attrarre con la sua immediatezza qualche nuovo ascoltatore. Da segnalare infine la curiosa strategia di marketing adottata dal gruppo: l’album inizialmente era acquistabile solo ai concerti durante la tournèe dello scorso novembre, mentre ora si può comprare il digi-pack in edizione limitata dal sito della Townsend Records. Un’altra scelta da veri e propri artigiani della musica, da chi preferisce lasciare agli altri il clamore e tenersi le canzoni, forse con la consapevolezza di essere “The tortured souls of Manchester’s music scene”, come ama definirli certa stampa britannica.
|