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Non basta un gruppo di belle canzoni per rendere grande un disco (certo aiuta!). L’hip hop, come del resto grandissima parte della musica, è una questione di equilibrio e di bilanciamento. Un grande album deve avere un’identità ben definita, una sua personalità ed un suo equilibrio ottenuto dosando diversi elementi che finiscano per rendere l’album stesso un lavoro bilanciato, fluido e scorrevole. “Milano Spara” è il titolo di un vecchio poliziottesco: una citazione cinefila anche di un certo livello più che una dichiarazione di intenti; una metafora della vita più che della vita a Milano. Certo qui lo scenario è quello della capitale del nord ma i concetti ed i problemi di cui si parla possono tranquillamente definirsi comuni alle situazioni di difficoltà e degrado di moltissime altre realtà. Dunque si tratta di un disco solo drammatico? Sì e no. L’urgenza di comunicare il disagio delle periferie e la realtà desolante di certe situazioni del nostro paese è filtrata attraverso storie umane in cui ci si può sempre immedesimare, anche solo a livello ideale: se non si è mai giunti all’assurdità di pensare che “con un’arma in mano il futuro sia più chiaro”, si può certamente intuire la disperazione e l’assenza di valori ed alternative che possono spingere, in certe situazioni, alcuni a pensarlo. “Montenero porta storie di violenza, storie di incoscienza, storie bastarde unite dalla sofferenza”: questo estratto dai testi è un po’ il manifesto programmatico del disco in questione; ed in questo caso sì, anche una dichiarazione d’intenti. Con una premessa così, addio bilanciamento ed equilibrio: chissà la pesantezza!! E invece no. Ed è qui che questo diventa un gran disco: questa urgenza e voglia di gridare la propria rabbia è stata distillata da Don Joe e Montenero in maniera straordinaria. Si comincia con un sano spirito spaccone e di affermazione del proprio livello, caratteristica del rap da sempre (riguardatevi la copertina del primo di Kurtis Blow, 1980!!) ed anche metafora delle risse e dei litigi con cui si definiscono le gerarchie nei quartieri o nelle case popolari. Segue la storia di due ragazzi che per avere tutto subito arrivano a compiere una rapina, ottenendo “due mesi a testa di stipendio”: rischiare la vita per due mesi di stipendio dovrebbe dare all’ascoltatore la misura della disperazione cui portano certe situazioni dove non c’è o non si vede alcun’altra possibilità. Non c’è glorificazione del reato ma un’enorme empatia per tutte quelle realtà di povertà e desolazione che portano a delinquere. Questi elementi di vita popolare si intrecciano alle storie tristi che Montenero racconta con uno storytelling semplice e umile ma dalla sensibilità straordinaria: a modo suo è un poeta di strada, che magari non conosce le regole della poesia ufficiale ma che ne esprime una sua, personale e verissima. Sono davvero tante le frasi da sottolineare, sia nell’ironia o sarcasmo verso i chiacchieroni della scena, sia nei racconti di vite difficili, sia nella rabbia verso uno stato (impersonato dalle forze dell’ordine) che è visto come capace solamente di reprimere e di abusare il proprio potere soprattutto con chi ha meno e cerca di stare a galla. Non è un esteta Montenero, ma quello che vuole comunicare arriva con tutta la forza che l’umiltà ed il realismo dei suoi testi hanno. “Milano Spara” è anche un disco toccante ed emozionante: questi aggettivi non vanno molto d’accordo con lo spirito gangsta; la spiegazione è che “Milano Spara” è tutto tranne che un disco gangsta. E’ un insieme di riflessioni, accuse, rabbia, sfoghi, dolore, frustrazione e anche inattesa sensibilità e dolcezza umana. Solo ascoltando bene tutto il disco ce ne si rende conto davvero. Per ascoltare e capire bene questo album, però, ci vuole notevole umiltà, soprattutto da parte degli ascoltatori più snob ed intellettuali (come, suo malgrado, si considera anche chi sta scrivendo). Ornette Coleman, jazzista d’elite e assai snob, diceva del trombettista e cantante Chet Baker: “avete mai ascoltato qualcuno che non sa cantare ma vi smuove qualcosa dentro?”. Chiaramente questa frase va letta considerando lo snobismo di chi l’ha pronunciata e traducendola così: “non è un fuoriclasse di tecnica ma riesce ad emozionarti comunque”. Ora, Chet Baker era tutto tranne che uno scarso, solo non era un mostro di tecnica: riusciva però a spiccare grazie ad altre qualità quali intensità, spontaneità e sincerità. Allo stesso modo Montenero non è assolutamente un cattivo rapper, solo non spicca per metriche fulminanti o lessico spaziale; Montenero spicca per l’intensità emotiva che riesce a conferire alle sue rime (comunque sempre molto curate e precise) e per la concretezza di quello che dice: non è un mostro di tecnica ma di sostanza e di profondità. Se non si riesce ad accettare o a capire questo punto tanto vale lasciar perdere. Peccato però, perché guarda caso “Milano Spara” è un insieme di pezzi clamorosi e riuscitissimi, per di più emozionanti, rabbiosi (di quella rabbia non urlata ma strozzata in gola) e a volte anche divertenti, perché no? Lo stesso ruolo di narratore/DJ semiserio che assume Don Joe lungo tutto il disco ha una funzione fluidificante e sdrammatizzante fondamentale e rende l’ascolto ancora più particolare. Le produzioni, per la gran parte dello stesso Don Joe, sono tutte ottime e si adattano allo stile di Montenero in maniera sorprendente: è come una macchina calibrata quasi alla perfezione e che quindi funziona molto bene. I featuring alla produzione di Deleterio (cresciuto in maniera impressionante!), FatFat Corfunk (sempre ottimo), Sano, Rako Alma e Jake La Furia (sì, funziona bene anche il suo beat dilatato) non fanno altro che aggiungere punti al giudizio finale. Tutto è al posto giusto e nelle dosi giuste. Questo è equilibrio ed è la chiave principale dell’ottima riuscita di questo disco. Unica pecca la copertina, ma se consideriamo l’umiltà dell’approccio di Montenero capiamo che ci sta anche quella e che, anzi, c’è pure una buona dose di autoironia (elemento fondamentale dell’intelligenza). Un MC concreto ed intelligente come pochi: l’intelligenza, si sa, non la fanno gli studi o l’estrazione sociale. Attenzione, infine, ad un preoccupante luogo comune che sta spuntando sul rap di Montenero: “sembra La Furia!”. Ora, i due hanno sicuramente certe sonorità vocali in comune MA lo stile è davvero diverso, così come i testi ed il modo di esprimerli: Jake rima molto più aggressivamente ed il suo rap è spesso dedito alla ricerca della punchline; è quasi sempre all’attacco. Montenero, oltre ad avere una voce diversa, ha un flow molto più calmo ed appoggiato che punta maggiormente a creare intensità emotiva e, spesso, poetica. Jake è un pugno in faccia, Montenero ti stritola lentamente. Inoltre Montenero ha un modo “nobile” di pronunciare le lettere “C” e “G” dolci (cioè seguite da “I” o “E”) molto raro nel rap italiano e quindi immediatamente distintivo. Il consiglio è di ascoltarsi un po’ meglio i due e di togliersi le fette di salame dalle orecchie! E per una volta ‘fanculo al solito “braccino” nei giudizi: “Milano Spara” è davvero un bellissimo disco! Punto. Grandi pezzi che si fanno ricordare (e riascoltare) per la qualità della scrittura e le atmosfere inconfondibili ed emozionanti. Complimenti davvero a Montenero e Don Joevanni (e come dice il primo sample del disco “carry on, carry on”!). Canestro da 5 punti!!
«E’ la città che ruba la tua infanzia/ la rabbia entra nel cuore dei sogni e se li mangia/ è la città, ha strade malate/ scelte sbagliate portano a gioventù bruciate» [“Gioventù bruciate”]
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