|
È da un po’ che Syria meditava questo disco, magari inconsapevolmente. Ma la collaborazione con Francesco Bianconi dei Baustelle per la cover di “Bonnie & Clyde” di Serge Gainsbourg compresa in “Non è peccato” (2005), poi il duetto con Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara in “Sottile” (dal secondo album, omonimo, del gruppo bellunese, del 2006), quindi le numerose apparizioni live a fianco di svariati bei nomi dell'indie nazionale. Se gode di grossa stima presso il giro dei musicisti indie, non si può dire che Syria sia popolare presso il pubblico che segue i suddetti: il suo passato sanremese e melodico non le ha costruito una buona fama tra i seguaci dell’indipendenza. Un’opposizione che ha dell’incredibile: invece di essere felici perché una cantante brava e dotata rischia in prima persona accostandosi all’indie, si storce il naso, un po’ come accaduto per la mega hit dell’estate 2007, quella “Bruci la città” che Irene Grandi ha ricevuto dalle manine del solito Bianconi. Male, davvero male. Tanto più che Syria, aiutata dalla produzione artistica di Pasquale De Fina degli Atletico Defina, mette su un disco di tutto rispetto e grande spessore, con alcuni momenti davvero belli e dotato in generale di una sottile malìa che conquista poco a poco, ascolto dopo ascolto, rivelando doti di grande interprete, messa finalmente in grado di cantare canzoni degne di queste nome (e alcune sono grandi canzoni) e non la solita pappa preconfezionata da supermarket. La via percorsa negli arrangiamenti è decisa e neppure la più facile: si trattava di dare alle canzoni una lussuosa veste pop, senza scadere nel commerciale e senza sfornare delle copie carbone dei brani originali. Operazione riuscita in pieno, tranne forse per il primo singolo, il bellissimo “La distanza” dei Northpole, che forse è l’unico brano inferiore (e nettamente) all’originale. Ma basta ascoltare i due brani dei Mambassa presenti in “Un’altra me”, “Canzone d’odio” e “L’antidoto”, per rendersi conto che la versione di Syria tira fuori tutta la bellezza nascosta degli originali. Il gioco riesce alla perfezione anche con “Quattro gocce di blu” dei Perturbazione e “1968” di Filippo Gatti, facendo sembrare gli originali niente altro che dei demo. Molto bene anche “Le paure” dei Non voglio che Clara, trasformata da intensa ballata pianistica a inquietante trip hop alla Portishead, e “Momenti”, testo inedito di Sergio Endrigo musicato da Cesare Malfatti dei La Crus. Simili agli originali, ma belli, “Prenditi cura di me” dei Blume, “Non dimentico più” dei Deasonika, “Il modo migliore” degli Atletico Defina. Meno intensa dell’originale, invece, “Cenere” dei Marta sui Tubi. Un album che gli appassionati di musica indie farebbero bene a procurarsi, perché è destinato a piacergli in fretta, passato l’iniziale spaesamento dovuto alla consuetudine con le versioni originali dei brani. E che avrebbe la carte in regola anche per accostare un pubblico mainstream sempre più stanco della solita pappa, come testimonia il successo dei Baustelle. Ma forse manca un singolo capace di agganciare ipnoticamente e istantaneamente, con un solo passaggio in radio. E i video girati, piuttosto piatti e poco d’effetto, non aiutano a sfondare presso la fascia di utenza più popolare. Peccato, il disco è molto bello anche se non immediato e rappresenta un’altra tappa della presa di coscienza che la vera musica italiana è quella indie e una decisa svolta nella carriera di Syria (e speriamo non ci siano ripensamenti). Ai duri e puri basterebbe ricordare che quando i Depeche Mode passarono dalle canzoncine bubble gum degli esordi ai grandi album che sappiamo, nessuno storse il naso, tutti ascoltarono il prodotto e applaudirono. Messaggio chiaro, direi.
|