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“Cosa resta da scrivere adesso in Italia? Bianconi ha fatto la Divina Commedia. E adesso? Meglio ci ritiriamo tutti, va....” Così mi scriveva tempo fa un amico cantante, e anche di quelli bravi, ancorché non baciato dalla notorietà. Non è affatto lo sfogo di un artista invidioso: è una lucida prospettiva critica, ché i Baustelle, con questo loro album – il più bello di tutti i loro, e forse il più significativo dell’intero decennio – davvero esplorano inferni e paradisi (artificiali) della condizione umana d’oggi, così come si presenta in quest’angolo di mondo chiamato Italia. E lo fanno unendo a una fruibilità immediata (prova ne sia il successo nelle chart, nei live e la popolarità acquisita) una somma di riferimenti culturali e ammicchi che arricchiscono di mille sensi il dettato dei testi. Succede a tutti i livelli. Pensate alla copertina, con quell’occhio di Rachele Bastrenghi che ci guarda diffidente, irata e addolorata al tempo stesso: è una citazione della copertina di “Neue Ende” degli Einstürzende Neubauten. Curioso, no? Un gruppo che si chiama Baustelle (“cantiere edile” o “area fabbricabile”, in tedesco) che cita l’album “Nuova fine” di una band il cui nome significa “Nuove costruzioni che crollano”. Ma quell’occhio, sopra al titolo “Amen”, non può che richiamare quello di Dio, che contempla le nostre umane miserie. Quel “Dio” che è la parola più usata nei testi dell’album e di cui Bianconi – non credente - ha dichiarato che si caratterizza per la sua assenza. Curioso? No, significativo. Di un mondo che non riesce a costruire più nulla, indifferente a ogni legge umana (nel senso di “umanitaria”) prima che divina; un mondo per cui è giunto il momento della fine, ma che si illude di star costruendo qualcosa. Il viaggio in questo Inferno chiamato Italia non poteva che iniziare sotterraneamente. E infatti, come avrete messo il cd nel vostro lettore, dovrete skippare indietro due volte: ché “Amen” inizia con due tracce nascoste, “No Steinway”, intro al piano della bravissima Beatrice Antolini, e “Spaghetti Western”, spietata rappresentazione-denuncia della realtà dei nuovi schiavi immigrati nelle campagne del Sud Italia, alla mercè delle nostre varie mafie (“Tanti messicani a Foggia e pochi pistoleri/fanno sì che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori”), realtà illuminata dal riferimento a Sergio Leone. Il disco, che prosegue sullo stesso sound di “La malavita”, rendendolo ancora più personale e maturo, prosegue nella rassegna dei mali italiani, passando per l’egoismo dei ricchi (“Colombo”, ma anche “Antropophagus”), la disperazione della vita contemporanea (“Il liberismo ha i giorni contati”), il rifiuto di “un mondo di grandi e di preti” (“Charlie fa surf”, in cui, come ha acutamente notato Fabio De Luca, i Baustelle si pongono come nuovi CCCP: “vado in chiesa e faccio sport” cita e ribalta – perché l’oggi è questo – “non vado al cinema non faccio sport” di “Io sto bene”), proclama la necessità dell’azione attraverso le testimonianze di chi nel passato è stato coscienza critica (“Baudelaire”, forse il pezzo più bello dell’album, splendida melodia nel ritornello e geniali percussioni africane) per combattere il panico che impedisce il rinnovamento (“Panico!”), indagandone le cause remote (“Alfredo”, ispirata da “Dies irae” di Giuseppe Genna; ma anche “L’uomo del secolo” con la caduta delle speranze novecentesche), tratta la ricerca di fughe personali (“Dark room”, “La vita va”), conclude amaramente (la bellissima “Andarsene così”, pezzone da stadio). Bianconi ha dichiarato che in quest’album, spietata analisi dell’Italia contemporanea, i Baustelle hanno voluto comunque lasciare un filo di speranza. Quale? La fine, la fine stessa, il crollo di questo porcilaio chiamato Italia, la fine, “my only friend”. Un uscita dal tunnel senza riveder le stelle. Ma quello che più conta, una raccolta di canzoni mirabilmente ispirate, in musiche e testi, e meravigliosamente arrangiate (merito anche del produttore Carlo U. Rossi): “Amen” si impone fin da oggi come uno dei dischi fondamentali della musica italiana.
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