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The Magnetic Fields
Distortion
2008
Nonesuch
di Mauro D'Alonzo
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Anche se il titolo potrebbe far pensare ad un disco di rottura e l’algida copertina è un pugno allo stomaco, non c’è nulla da temere dal ritorno dei Magnetic Fields. Pur essendo un tipo un po’ bizzarro, che talvolta ama mischiare le carte in tavola, Stephin Merritt ha le sue fisime, e tra queste c’è sicuramente quella del concept album che lo porta quasi sempre a comporre i suoi spartiti attorno ad un elemento cardine. In “69 Love Songs”, celebrata opera-fiume del 1999, era l’amore, con tutte le relative modulazioni e sfumature; qui è un tema più “tecnico”, la distorsione, la costante ricerca di trame spezzate, apparentemente slegate le une dalle altre. “Distortion” è costruito con un metodo che rimanda al “wall of sound” di Phil Spector, visto però alla rovescia. Mentre il controverso produttore dei Beatles lasciava sfogare la verve compositiva di Lennon e McCartney per poi rovesciarvi sopra una lenzuolata di armonie fittamente intessute, il genialoide leader della band di Boston procede in un modo quasi opposto: prima la ragnatela di suoni, poi le stoccate e le digressioni. Le canzoni dei Magnetic Fields non smarriscono mai l’anima di delicate pop song che si imprimono istantaneamente nella testa, ma una volta trovata la melodia vincente Merritt si diverte a ribaltarla e dissezionarla con effetti stranianti ed imprevedibili. In questo senso, in “Distortion” ci sono due episodi lampanti: “California Girls”, esplicitamente ispirata ai Beach Boys, che sembra l’omonimo pezzo scritto da Brian Wilson risciacquato nell’acido, e “Xavier Says”, altra zolletta di zucchero che non fa alzare troppo il diabete. I brani – altra costante dei Magnetic Fields – raramente sforano la soglia dei tre minuti. Merritt su questo punto è sempre stato tranchant. L’ispirazione o c’è o non c’è, e quando si materializza deve essere compressa in poche, fulminanti sequenze. Le sue liriche sono proprio così. Rapide e ficcanti; tolgono il fiato appena inizi a gustarle e non si lasciano decantare. Perciò i Magnetic Fields sono destinati a dividere. I loro canoni espressivi così secchi e fulminanti incantano gli ammiratori del noise ed i cultori della psichedelia, ma prendono in contropiede chi resta fedele alle tradizioni dell’easy listening. Per molti, ma non per tutti. Fanno gridare al capolavoro, ma ci sarà sempre qualcuno che li troverà tediosi. Prendere o lasciare. Noi, prendiamo volentieri.
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08/04/2008 -
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