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Ascolto hard rock ed heavy metal da tempo immemorabile, ma non mi era mai successo di provare un’emozione tanto forte. Siamo di fronte ai Dead Child, un combo metallico di eccellente fattura, una band che è al suo esordio, ma che risulta composta da musicisti tanto bravi quanto selvaggi, da un “unicum” che conferisce a questo “Attack” lo status già memorabile del disco migliore fin qui stampato nell’universo metallico. L’idea proviene dal genio chitarristico di David Christian Pajo, già con gli Slint di “Spiderland”, la famosa band di post rock degli anni Ottanta che recentemente si è ricostituita. Mr. Pajo si è fatto affiancare da un altro chitarrista potente e quanto mai folle, che risponde al nome di Michael McMahan, ex Starkiller, ha voluto con sé Dahm, un poderoso vocalist, ex Starkiller e Brothers of Conquest, ed ha completato l’opera reclutando Todd Cook, un altro ex Brothers Of Conquest, al basso, e Tony Bailey, ex Crain, alla batteria. Il risultato finale è “Attack” un album che scotta ancor prima di inserirlo nel vostro lettore cd, un disco che è una vera e propria summa metallica degna delle liturgie dei monaci agostiniani. Non ci sono orpelli, non esistono i fraseggi, non sono state concepite armonie, né arrangiamenti curati, l’album è infatti caratterizzato da un wall of sound che ricorda molto i gruppi dell’epoca d’oro del primo heavy metal, che assomiglia tanto all’impatto granitico e mortale che era tipico di un gruppo memorabile come A Minor Forest. Ascoltando il disco si capisce come il progetto messo insieme da David Pajo vada ben oltre il Trash Metal, e strizzi l’occhio invece a gruppi precedenti al periodo degli Slint, e mi riferisco tanto ai Big Black quanto ai Bitch Magnet. Su brani come “Never Bet The Devil Your Head”, “Rattlesnake Chalice” e “Wasp Riot” riscontriamo tracce di un post hardcore di ottima fattura, nel resto dell’album invece c’è un’ impronta metallica quanto mai ossessiva e assillante, mentre su un episodio come “Black Halo Rider” riconosciamo anche elementi di tardo progressive rock, come quei passaggi armonici che contengono echi degli ultimi King Crimson di Robert Fripp. E’ un album che canalizza bene il disamore e il malcontento proprio delle giovani generazioni, è un disco che ignora del tutto sia vecchi clichès che nuove tendenze, è un sasso lanciato con forza contro tutte le falsità e le ipocrisie che governano questa Terra, è l’equivalente in musica de “L’Urlo”, il famoso quadro del pittore norvegese Edvard Munch, è un tritasassi che suona, è un trapano gigantesco che perfora stupidità e sordità imperanti. Keep the Faith alive! Buon ascolto!
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