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Mi sento in dovere di affermare che la prossima (quanto prossima non lo so, diciamo attuale) moda musicale e di, mmh, attitude è senza dubbio l’indie. Ma voi che siete su questo sito lo sapete già. Sapete anche che, da fenomeno indipendente e di nicchia, presto si trasformerà, o si è già trasformato, nel fenomeno di massa per eccellenza. Beh, poco male, soprattutto perché (si spera) tutto questo porterà il livello della musica usa e getta che le radio trasmettono ogni giorno ad alzarsi notevolmente. Ad ogni modo, tra tutte queste piacevolissime bands, zuccherose ma intelligenti, spensierate ma musicalmente dotate, possiamo classificare nell’Olimpo degli eletti proprio i Kooks. Non hanno nulla di più di tutti gli altri gruppi della suddetta risma, tuttavia sono sicuramente quelli che hanno ottenuto più successo. Il loro primo album, Inside In/Inside Out, può essere a ragione classificato tra i maggiori successi del 2006, tanto da vendere 2 milioni di copie e portare i Kooks in seno alla major Virgin, grazie a singoli catchy dall’indiscutibile valore, quali Naive, She Moves In Her Own Way e Ooh La (per limitare le citazioni). A due anni di distanza, dopo aver perso il bassista, tale Max Rafferty, sostituito dopo un momento di crisi da Dan Logan, viene pubblicato il seguito di quella fortunata e gloriosa opera prima. I Kooks l’hanno chiamato Konk, come lo studio a nord di Londra, di proprietà di Ray Davies dei Kinks, dove è stato concepito. Ho atteso con ansia questo disco, con ancora scolpiti nella memoria i fotogrammi di vita che hanno avuto come colonna sonora gli entusiasmanti brani di Inside In/Inside Out. Partiamo subito da Luke Pritchard, frontman belloccio e rassicurante, forse il ragazzo che ogni madre vorrebbe per la figlia, ugola malleabile, dolce e personalissima. Sicuramente senza di lui i Kooks non sarebbero gli stessi: un esempio. Il primo singolo Always Where I Need To Be, vera croce e delizia radiofonica, gran pezzo, se fosse cantato da un altro, con tutti quei dududu-dududu e quelle schitarrate carine carine, non potrebbe certo essere preso sul serio. Comunque, se c’è una canzone che ho letteralmente adorato di questo album, è sicuramente la rockeggiante Do You Wanna, possibile prossimo singolo. Dall’intro di chitarra, al refrain e al cantato, amo tutto di questa song, sicuramente la perla di Konk. Credetemi, la ballerete fino allo sfinimento pure voi. Altre canzoni degne di nota sono sicuramente Stormy Weather e One Last Time, con le quali i Kooks abbandonano le sonorità un po’ più dure di Do You Wanna per tornare a quelle rilassanti e maggiormente tipiche del loro sound. Conclude il disco Tick Of Time, pezzo reggae ben fatto ed emozionante. I Kooks passano la prova del secondo album lasciandoci una manciata di buone canzoni, ma niente di più. Non si ha mai voglia di spegnere lo stereo, questo no, ma certe tracce sono proprio deboli e poco originali (prima fra tutte Gap). Queste ultime non avrebbero trovato spazio su un primo disco, figuriamoci su di un secondo. Detto questo, dei Kooks si apprezzano l’abilità di miscelare chitarre acustiche ed elettriche, la voce sempre in palla e alcuni riff indimenticabili. Sarà che sono maturati, sarà che non hanno più bisogno di sgomitare per ricevere le attenzioni del grande pubblico (da cui sono davvero amatissimi), ma un po’ della freschezza e, perché no? genialità iniziale è andata persa. Magari sono in una fase transitoria. Chi lo sa. Certo è che i brillanti sprazzi regalatici ci fanno proprio felici.
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