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Ci sono vari modi di avere stile nel rap: c’è chi caccia quintali di punchlines anche a costo di dire poco o niente; c’è chi rappa a duemila allora con continui sfoggi di tecnica; c’è chi vuole fare brutto a tutti i costi… Sono tanti gli stili ma alla fine quello che conta è ciò che arriva veramente all’ascoltatore, ciò che l’MC riesce davvero a passargli. Potremmo definire questa caratteristica come “sostanza” e, essendo il rapper un comunicatore, risulta evidente come questa sia un elemento fondamentale nel rap; certo un MC deve anche saper essere divertente, interessante e riuscire a catturare l’attenzione di chi ascolta, rimanendo però sempre credibile ed onesto. Dall’hinterland milanese torna a farsi vivo uno degli MC più concreti, onesti e “alla mano” di sempre in Italia, uno che non se la mena e che dice pane al pane e vino al vino con uno stile grezzo ed inconfondibile: Medda, già nella primissima formazione degli Enmicasa ed in seguito parte degli strepitosi Microspasmi (gruppo con all’attivo l’EP “Scena Vera” e due ottimi album come “13 pezzi per svuotare la pista” del 2003 e “16 punti di sutura” del 2005), si rifà vivo oggi in veste solista: “V.D.V.E.” (Voce del verbo essere) segna il suo ritorno sulla scena nazionale e, data la stima e la considerazione di cui gode nell’ambiente e tra gli addetti ai lavori, saranno in parecchi a gioirne. Perché dunque l’introduzione riguardo allo stile? Perché nessuno può negare che Medda abbia stile ma, allo stesso tempo, risulta difficilissimo definirlo ed incasellarlo in categorie precostituite: è Medda e basta, c’è poco da fare. Il suo è un flow sempre piuttosto scazzato e dal tono spesso ironico, quasi da cazzone: non contempla metriche molto complicate o rime ricercatissime ma risulta personale all’inverosimile ed onesto come pochi; è come uno al bar che, dopo qualche bicchiere di troppo, ti racconta dei cavoli suoi o del più e del meno, senza che gli freghi nulla di impressionarti o di inventare chissà cosa ma con una franchezza ed un’immediatezza davvero rare e, per questo, preziose. I pezzi di “V.D.V.E.” sono come degli immaginari estratti dal diario personale di Medda e riguardano quindi la sua vita, le sue famiglie (sì, ce ne sono due), il suo modo di vedere le cose ed i suoi sfoghi, ora più seri ora più guasconi e deliranti, riguardo a questioni e problemi che abbiamo un po’ tutti. Il suo modo di esprimersi, non particolarmente ricercato o raffinato, risulta immediatamente simpatico e familiare, come potrebbe essere quello di un amico, un amico sincero, uno che ti dice la verità senza tanti giri di parole. Il disco si apre con un frammento audio da Pulp Fiction: Marsellous dice a Butch (Bruce Willis) che deve rassegnarsi al fatto che ha una certa età, che non è più il pugile di una volta, che è ora di appendere i guantoni al chiodo... “se dovevi farcela ce l’avresti già fatta” ...è evidente il riferimento allo stesso Medda (ben oltre i trenta) che però subito dopo, ne “Il Capo”, fa capire che non ha nessuna intenzione di appendere il microfono al chiodo e che si considera un “capo” nel rap game: non è da Medda tirarsela ed infatti nel finale del pezzo c’è una ragazza che si chiede, anche un po’ stizzita, “ma chiccazzo è questo Medda???”; una forte autoironia contraddistingue da sempre il Nostro che qui non si smentisce, anzi. Oltre a “Il Capo” ci sono altri pezzi nel disco dove Medda sottolinea in maniera molto forte il suo attaccamento alla musica, l’importanza che questa ha per lui da sempre ed i relativi sogni che lo accompagnano fin da bambino: “Butta” parla di quanto i suoi genitori abbiano premuto perché buttasse via quei sogni e di come lui invece li abbia sempre tenuti stretti a sé; “Credo in me stesso” ed “In piedi” sono dichiarazioni d’intenti esistenziali molto forti e sentite che riguardano certamente anche la sfera artistica; “La musica della vita” è una straordinaria ed emozionante dichiarazione d’amore per la musica in cui si riconosceranno solo quelli che amano davvero visceralmente l’oggetto in questione; “Un lungo inverno” è un pezzo introspettivo ed abbastanza malinconico ma, se anche qui c’è uno spiraglio di luce, è sempre grazie alla musica. Altri pezzi sono più divertenti o scanzonati e c’è da dire che Medda sa essere molto divertente: in “Bella raga” parla di sé e della sfiga che lo perseguita; “Inutile” prende per il culo in modo esilarante i fake di ogni genere; “Flessibile” è un’ironica riflessione sul mondo del lavoro di oggi ma, vista la situazione drammatica che oggettivamente viviamo, risulta anche un po’ amara; “Falla bruciare” – in compagnia di Babaman – inneggia alla sempre amata e mai rinnegata ganja e, con “Qual’è il fatto”, è il pezzo più club del lotto, anche se si guarda bene dall’esagerare sul commerciale...non sarebbe Medda! Sul fronte delle produzioni troviamo, oltre agli ottimi Bassi, Fish e Rinoralis, un paio di credits dello stesso Medda: la tracklist è ben calibrata e la tensione d’ascolto rimane alta per tutto il disco. Dovendo segnalare degli highlights fra le strumentali possiamo senz’altro citare “Butta”, “Inutile”, “Credo in me stesso”, “Flessibile”, “La musica della vita”, “In piedi” e “Qual’è il fatto”, ma il livello medio delle restanti tracce è comunque davvero buono. L’attitudine funk dell’insieme è completata dall’atmosfera funky-lounge molto 70s che troviamo nella intro, nell’outro e nell’unico interludio presente. Da notare infine che l’album va in crescendo, al contrario di troppi altri, e riserva chicche sempre più gustose mano a mano che ci si avvicina alla fine della tracklist: ciò gli garantisce anche una notevole facilità di riascolto. “V.D.V.E.” è l’ottimo ritorno di un importante rappresentante del rap italiano, uno di cui c’è assolutamente bisogno per tenere questa cosa viva e vera. Bentornato Meddaman!! Gran disco. Ci voleva!
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