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Seconda uscita per i sardi Sikitikis, adepti di Casasonica, “B” fin dal titolo lancia una serie di riferimenti ben esplicitati dalle stesse parole del cantante Diablo: “È soprattutto uno stato dell’esistenza. Il lato B, la serie B, la fase B... Sono tutti richiami metaforici di un vivere all’ombra, nell’indifferenza e nella difficoltà perenne. Trovo che brani di questo disco, anche quelli apparentemente incompatibili, abbiano come rumore di fondo una sensazione scura espressa talvolta con forma epica, altre volte con forma più ironica”. Si potrebbe aggiungere “B” come seconda lettera dell’alfabeto e come indicatrice di un certo tipo di film, citato fin dalla copertina: noir, horror, poliziottesco, tutto l’immaginario amato da Tarantino senza passare per Tarantino, badante bene. Sottotitolo esplicativo: “il mondo è una giungla per chi non vede aldilà degli alberi”. Ne deriva la fitta oscurità da cui sembrano uscire suoni e canzoni di questo disco, rimandando a climi propri di band diversissime come Mr. Bungle e Jennifer Gentle. Si parla di mood, non di suoni, ché quelli, complice la produzione di Max Casacci, si avvicinano piuttosto a quelli dei Subsonica. Mantenendo bene le distanze però. Le canzoni dei Sikitikis si possono ballare, certo, ma l’intricato – e ben riuscito – groviglio di influenze surf, gothic, hardcore, garage, progressive (quei deliziosi brevi riff di tastiere specie in “Little Lu”) porta la musica della band sarda in tutt’altra direzione da quella dei patron torinesi di Casasonica. Come nel primo disco, una cover insospettabile: se tre anni fa toccò a “L’importante è finire” di Mina (autori Anelli/Malgioglio), ora è la volta di “Storia d’amore” di Celentano (coautore con Beretta/Del Prete). Da quei sapori quasi di sagra paesana vengono estratti tutti i succhi più venefici, condensati nel riff di basso quasi metal che sostiene il pezzo. Paradossalmente, è proprio questo ciò su cui lavorano i Sikitikis: portare alla luce l’oscurità, quello che non si vede, la giungla di impulsi e pulsioni presenti nel subconscio personale e sociale e che confliggono tra loro, non lasciando(ci) vie d’uscita. Una realtà di opposti che si annullano, ossimoricamente, fin da titoli come “Perdere rivincite” o “Mi avveleni il cuore”, e accostamenti in scaletta come quelli tra “L’ultima mano” e “Il primo colpo”. Un lavoro riuscito, comunque: il suono e l’atmosfera “pesanti” non stufano e anzi affascinano. Un buon disco. Una band in crescita che merita di più.
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