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Siamo nel 1994. Il grunge sta vivendo la sua golden age e band come Nirvana, Alice in Chains e Soundgarden sdoganano a pieno ritmo sonorità grezze sfoggiando converse logore e jeans tagliati. Mentre le luci della notorietà incollano i loro occhi di bue sulle vicende di Cobain e soci, nelle zone buie si prepara a esplodere un nuovo modo di intendere la musica. I Massive Attack hanno pubblicato il loro primo album nel ’91 (Blue Lines) e la lezione comincia ad essere assimilata. Geoff Barrow, Beth Gibbons e Adrian Utley fanno parte di quest’ultima parrocchia. I tre danno vita ai Portishead, contribuendo con il disco d’esordio, Dummy, a rendere il neonato trip-hop una realtà ben visibile e solida. A distanza di tre anni arriva il sequel, Portishead, confermando la band ai vertici, un mix letale di elettronica, jazz e hip-hop. A questo punto però succede qualcosa. La band non si scioglie, ma del trio nessuno sa più niente. Un silenzio prolungato e decisamente atipico. I tre membri della band si dedicano a progetti soliti e a produzioni varie, senza però mai pronunciare la parola scioglimento. Passano dieci anni ed eccoci di nuovo a parlare dei Portishead, di un disco che nessuno si aspettava, di un sound mai completamente dimenticato. Third è un album di inediti, partorito dopo una lunga riflessione sulla musica stessa. Nuove motivazioni, nuova voglia di mettersi in gioco ed ecco fatto. Undici tracce che riprendono un discorso iniziato e mai completato, un discorso che necessita di nuove parole, nuovo linguaggio, ma di uno stesso argomento. Largo allora alle atmosfere decisamente cupe, ai suoni rarefatti e ad un’estrema sintesi del discorso musicale. Poche melodie riservate alla voce sempre più matura di Beth Gibbons, supportate da una ritmica contaminata da una moltitudine di generi, dal jazz all’elettronica più pura, fino a sfociare in sperimentazioni indiefolkeggianti. Un tuffo nel passato, garanzia di qualità. Poco importa che non tutto sia rivoluzione o novità. La complessa semplicità degli arrangiamenti è un punto di arrivo decisamente ambito, ma pienamente centrato. Tre i pezzi da ricordare. “Machine Gun” è la sintesi perfetta della strada intrapresa: batteria elettronica minimal e voce. Niente di più. Gran finale in crescendo. “The Rip” è più melodica, arpeggiata e riflessiva, ma mantiene quella carica emotiva tipica del sound del trio di Bristol, aumentando progressivamente di intensità e pienezza. Un vero gioiello che ricorda non poco gli ultimi Radiohead. “Magic Doors” è più cattiva, scura, affascinante da titoli di coda. Per quanto riguarda il resto dell’album la qualità rimane decisamente elevata, senza però segnare momenti memorabili. Atmosfere spettrali e dense, sfoghi acidi e downtempo. “Deep Water” è la voce fuori del coro, breve esperimento indie folk con venature vintage. Sembra che dieci anni non siano passati, se non nell’evidente esperienza accumulata da una band che si trova adesso a fare i conti con il futuro, pregando però di non dover aspettare altri dieci anni. Un disco da consigliare ad occhi chiusi, anche perchè è nel buio che trova la sua dimensione migliore.
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