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Adam Green
Sixes & Sevens
2008
Rough Trade
di Mauro D'Alonzo
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Ma insomma, a che gioco gioca questo Adam Green? Vuole emulare i grandi crooner del passato o vuole solo divertirsi a prenderli in giro? Vuole togliere la polvere dagli standard degli anni ’50 o farsi beffe di quelle teste impomatate? È questo l’interrogativo che il cantante newyorkese ha sempre sollevato, più o meno da quando ha deciso di mettersi in proprio e dare un taglio a quella combriccola, i Moldy Peaches, che qualche entusiasmo l’aveva suscitato (un brano della band chiude “Juno”, film vincitore della Festa del Cinema di Roma). Ascoltando i suoi cd e osservando le sue performance dal vivo, non si riesce mai a capire dove si collochi la linea di confine tra arte e sberleffo, tra riflessione e semplice scherno. Ammesso che in Adam Green sia davvero possibile scindere la parte seriosa dalla componente ludica e dissacratoria. Tanti per questo lo odiano. Adam Green raramente è riuscito ad incassare dagli addetti ai lavori un coro unanime di lodi. Troppo sbilenche e altalenanti sono i suoi pezzi per mettere d’accordo tutti. Troppo frastagliati e singhiozzanti sono gli umori delle sue liriche per conciliare gusti di segno opposto. E chi si era illuso che il dilagante (venti canzoni!) “Sixes & Sevens” ci avrebbe restituito un autore più posato e riflessivo, dovrà presto ricredersi. Green non intende indietreggiare di un centimetro. Adora il folk, ma gli piace contaminarlo, scrive pop song fatate ma spesso e volentieri si lascia irretire dal country. Il nuovo disco non fa eccezione. Parte con un prologo orchestrale che farebbe un figurone alla Carnegie Hall e, dopo una gustosa fuga esotica (“Tropical Island”), imbrocca una quaterna nella quale si esercita l’anima malinconica del folletto americano: l’ammiccante “Morning After Midnight” (primo singolo estratto), la morbida “Twee Twee Dee”, l’appiccicosa “You Get So Lucky” e la contagiosa “Getting Led”. Nessun azzardo, digressioni, a parte le torsioni di “Drowning Head First”, praticamente assenti, maggiore focalizzazione sul registro melodico come il profluvio di archi e cori testimonia. Su tutto, l’impressionante timbro baritonale di Adam – in “Sticky Ricki” è suadente come quello di Neil Hannon – e l’attenta sorveglianza di David Campbell, che ha curato gli arrangiamenti cercando di tenere a freno la fremente follia del nostro. Proprio il lavoro di Campbell, che in passato ha affiancato artisti di diverso stile (da Beck a Michael Jackson), offre un’importante chiave di lettura. “Sixes & Sevens” affastella come al solito generi ed atmosfere disuguali, ma rispetto ai predecessori è meno zigzagante e sperimentale. Non è neanche il caso di dire che sarebbe stato meglio sforbiciare qua e là perché se è vero che venti brani non sono pochi, è altrettanto vero che nessuno va oltre i tre minuti. Insomma, Adam si è preso i suoi rischi, ma a ragion veduta. Anche stavolta dividerà più che unire, ma la sua classe cristallina non teme paragoni con altri songwriter del presente e del passato.
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09/05/2008 -
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