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Già persi e bolliti al secondo disco? A leggere le recensioni in queste settimane, il nuovo disco di The Long Blondes, band di Sheffield, che nel 2006 all’esordio discografico con "Someone To Drive You Home" fece parlare tanto bene di sé, si potrebbe quasi non ascoltarlo. Sorprendente e frizzante il mix che li aveva fatti conoscere al grande pubblico, due anni fa, in una miscela esplosiva di Pulp, Smiths, Roxy Music, sixties, disco, dance e New Wave anni ’80, trascinati soprattutto dal sex appeal della loro vocalista, la magnetica Kate Jackson, e costruiti come una vera e propria art band, in cui, come dichiarato dalla stessa Jackson, “Abbiamo scelto i membri e il ruolo che avrebbero avuto in base al loro aspetto, Screech è stato scelto come batterista per via dei suoi capelli, Reenie perché aveva l’aspetto di una bassista, e così via”, e in generale con la precisa sensazione quasi post-moderna, che l’aspetto visivo dei componenti andasse di pari passo con la creazione e l’amalgama sonoro. Al di là dello spunto apparentemente superficiale. quel "Someone To Drive You Home" resta uno degli esempi più efficaci di pop degli ultimi anni, al confine con un tocco glam senza secondi fini se non sedurre e in perfetto equilibrio nonostante una sfacciataggine da capolavoro. Insomma come si diceva, a leggere le recensioni si aveva la sensazione che il tocco fortunato si fosse dissolto già alla seconda prova: troppa elettronica in più, meno brillantezza nella scrittura, meno divertimento pop. Ma in realtà ad ascoltarlo bene questo "Couples" secondo lavoro dei The Long Blondes (Kate Jackson – voce, Dorian Cox - chitarra e tastiere , Reenie Hollis - basso e seconde voci, Emma Chaplin - chitarra, tastiere e seconde voci, Screech Louder, nome vero Mark Turvey – batteria, per la cronaca nessuno dei componenti in realtà è biondo) ha il pregio e anche il coraggio di spostare la misura compositiva della band su un terreno differente rispetto all’esordio, e il difetto magari di farlo sicuramente con meno genialità nel dettato pop e con meno pennellate sorprendenti rispetto a "Someone To Drive You Home". Il singolo di lancio Century, che apre anche l’album, sembra dare ragione ai detrattori: denso di elettronica, riverberi, chitarre spostate sullo sfondo, è un quadro sospeso nel quale è difficile trovare la sfrontatezza pop del debutto. Ma già con Guilt qualcosa si muove: al di là di qualche effetto un po’ fuori fuoco, una tagliente chitarra funkeggiante porta ad un crescendo trascinante che sfocia in un chorus quasi irresistibile. Kate Jackson sembra reggere come al solito la scena con un cantato che mantiene una carica sensuale notevole, anche se di rado riesce ad essere irresistibilmente sopra le righe come ad esempio lo era stata in Once And Never Again, in Separated By Motorway o in Weekend Without Makeup, insomma si è capito, nel primo disco il cantato era più genialmente sopra le righe!. Un mix vincente sembra comunque ripetersi su The Couples nonostante la produzione finisca col pulire troppo e far perdere di immediatezza un inciso quasi perfetto per i canoni da pop hit, e in parte su I Liked The Boys, che recupera sicuramente in “tiro” ma perde ancora in una produzione troppo carica e ricercata. L’impressione generale è che anche quando il pezzo “gira” si tenda a trascinarlo e quasi stirarlo troppo a lungo, o si insista troppo su una soluzione melodica o ritmica, che finisce col perdere di mordente. Abbastanza stucchevole il tentativo di forzare il ritmo in Here Comes The Serious Bit, alla ricerca della cifra stilistica del primo disco, e allo stesso modo non convince il riff sostenuto di Erin O’ Connor, mentre debolissimo il groove noir di Round The Hairpin, che non aggiunge nulla, trascinandosi sufficientemente noioso. Decisamente meglio la “confidenza” densa e misteriosa di Too Clever By Half, ispirata sia nel cantato a mezzo falsetto, nell’arrangiamento di bass & drums, e nelle liriche provocatorie e provocanti: “Mentre tu facevi i tuoi progetti / Io sono uscita col suo uomo/ lasciandoti perspicace / per essere perspicaci insieme”. Se i testi del primo disco colpivano per la capacità di disegnare quadretti di vita urbana da sabato sera in tiro o week end “senza make up”, il tema di "Couples" si sposta su coppie “scoppiate” o da accoppiare, sotterfugi e tradimenti dove vince spesso chi non si sente in colpa (come in Guilt: “Ho fatto la mia scelta e mi ci sto infilando dentro / ma il senso di colpa non ha nulla a che fare con questo”). Detto di una Nostalgia, convincente nel rintocco di hammond e piano, la chiusura di I’m Going To Hell riporta ad atmosfere da pop&wave, di livello, e con un tiro incalzante e spiazzante: “Non guardo le soap opera ma forse dovrei/ Ho bisogno di sapere se essere un cattivo soggetto ha qualche vantaggio”. Al di là di chi si aspettava una replica del primo disco, i Long Blondes con “Couples” superano in buona parte la prova del secondo disco, che come si sa è sempre il più difficile. Almeno fino al terzo.
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