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Anticipato dalle sempre più frequenti strombazzate pubblicitarie (“Sarà una rivoluzione (…) un disco con sonorità completamente nuove”), "Viva La Vida", il nuovo lavoro dei Coldplay, vede la luce a tre anni di distanza dal mezzo fallimento (più artistico che commerciale) di "X&Y", portandosi in dote già dei grossi primati. Infatti è il disco più venduto della storia di I-Tunes e può vantare il record di prenotazione nei negozi.
L’overture di partenza “Life In Technicolor” in effetti sembra promettere bene, con i suoi suoni tra l’ambient e l’elettronica più spicciola che si impasta alla perfezione con una graziosa chitarra satura di effetti. E qui si nota tutto il lavoro in cabina di regia da parte di Brian Eno e Markus Dravs. Due tizi che soprattutto nel campo della produzione non potrebbero che offrire maggiori garanzie (David Bowie e U2 il primo, Bjork e Depeche Mode il secondo). Purtroppo, quando ti accorgi che il delay della chitarra e la voce di Chris Martin nella seconda traccia “Cemeteries Of London” sembrano presi da una outtake di "How To Dismantle An Atomic Bomb" degli ultimi (e peggiori) U2, qualcosa non deve andare dal punto giusto. Sarà che l’influenza di Eno si sente anche in questo, sarà che i Coldplay non hanno mai fatto mistero di essere grandi fan di Bono e The Edge, ma le premesse di questo agire non sembrano collimare certo con quanto si auspicavano un po’ tutti in base alle dichiarazioni di intenti rivoluzionari cui accennavamo in apertura. Con la successiva “Lost!”, delicata ballata supportata da una gradevole ritmica etnica e da un più che buon ritornello, la situazione si risolleva. Mentre “42” (che inizialmente doveva anche essere il titolo dell’album, per il riferimento sia al brano stesso che alla durata complessiva del disco) è una riscrittura pianistica dei vecchi classici della band. Niente di che: la melodia è buona ma riciclata e i cori poco prima del poppeggiante intermezzo elettrico richiamano alla memoria i più recenti Radiohead. La mini suite di “Lovers In Japan-Reign Of Love” poi, se da un lato si fa apprezzare per le interessanti intessiture elettroniche della parte centrale, dall’altro non fa che evidenziare ciò che già dai tempi di "A Rush Of Blood To The Head" si era insinuato nella testa di un po’ tutti gli ascoltatori, e cioè che Chris Martin, pur dotato di una bella voce, non sa cantare. O meglio, è monotematico, chiuso come è nel suo stile, finendo di fatto per restringere tutte le possibili varianti stilistiche che la band londinese avrebbe a disposizione. La canzone meglio strutturata ed avvolgente dell’intero lotto è di gran lunga “Yes”. La melodia è raffinata, la voce di Martin finalmente calda e l’arrangiamento (tra archi ed impasti tra chitarre acustiche e un suadente violino) ben curato per una pop-rock song davvero ben confezionata, che si chiude a sorpresa con un avvolgente outro con chitarre elettriche che si incrociano nel cantato quasi sussurrato.
Insomma un po’ poco, per un disco che doveva essere rivoluzionario e che doveva rendere effettivo quel proclama, che pende sulla loro testa come un'ombra un po’ minacciosa, di “nuovi U2”. Soprattutto quando l’influenza del gruppo irlandese viene sfruttata nel peggiore modo possibile, visto che sì, probabilmente i Coldplay sono i nuovi U2, purtroppo quelli peggiori. Tra brani irritanti (ma comunque orecchiabili) e altri piatti, neanche i due singoli sin’ora estratti, la title track e “Violet Hill”, riescono a spiccare dal mucchio. Con il secondo decisamente più interessante del primo, nonostante la sensazione di già sentito sia comunque piuttosto invadente. E forse è più di una sensazione, considerato che è notizia recente l’accusa di plagio da parte di una semisconosciuta band newyorkese. I tempi di "Parachuthes" sono parecchio lontani, ma purtroppo non nel modo in cui Martin e soci avevano sperato.
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