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Qualcuno direbbe il capolavoro degli Afterhours, ma “capolavoro” è una parola fin troppo abusata e per la band di Manuel Agnelli forse neanche basta. Hanno rivoluzionato il rock made in Italy. Hanno fatto scuola e sono da vent’anni a creare canzoni e melodie potenti e taglienti come lame. Ed ora sono qui, con I milanesi ammazzano il sabato, dopo due album straordinari come Quello che non c’è e Ballate per piccole iene, tradotto anche in inglese.
Gli Afterhours tornano e lo fanno con un disco che ha diversi strati di ascolto. Uno più superficiale, che si ferma alle melodie. Ed uno successivo, che solo i veri cultori della band possono comprendere appieno. Perché ai profani questo potrà sembrare solo un fantastico disco rock, ma a chi gli After li segue da una vita sembrerà soprattutto un concentrato di tutti loro dischi precedenti, con un pizzico di ironia e tanta tranquillità. Un disco in cui si respira serenità, entusiasmo, voglia di sperimentare e mettersi alla prova. Manuel Agnelli e soci non hanno più nulla da dimostrare a nessuno, sia chiaro. Sono la miglior band rock italiana degli ultimi vent’anni. Hanno dato alla luce almeno 2 dei dischi più belli dell’ultima generazione, ma non per questo si sono adagiati. Rieccoli qui, allora, pronti a regalare una quindicina di canzoni da scombussolare il corpo e lo spirito di chiunque.
Un album vario e variegato, questo che riprende il titolo di un romanzo del giallista Giorgio Scerbanenco e che risente evidentemente di alcune influenze mitteleuropee, un po’ come il “Senza peso” dei Marlene di qualche anno fa, restando comunque ben ancorata nella fredda, malinconica e alienante Milano patria della band. Si apre – l’album – con Naufragio sull'isola del tesoro, incipit in stile Nadir o Hai paura del buio?. Presentazione, manifesto di uno stile. E poi lungo tutto il disco ci sono canzoni che rendono chiare immagini originali e intriganti. È solo febbre è un singolo eccezionale, Neppure carne da cannone per Dio una canzone potente e devastante. Quando si ascolta la prima volta Tarantella all'inazione non è semplice capirne il messaggio, ma già al secondo ascolto risulta chiaro l’episodio divertente e divertito alla ricerca di nuove sonorità. Poi è il turno di Pochi istanti nella lavatrice, novella Siete proprio dei pulcini, e l’uno due melodico e orecchiabile con I milanesi ammazzano il sabato e Riprendere Berlino. Il disco è davvero vario, e lo si capisce anche quando in Tutti gli uomini del presidente non è Manuel a cantare, ma in falsetto il bassista Roberto Dell’era. Il disco continua senza mai perdere colpi, tra i suoni distorti di Tema: la mia città e la struggente bellezza della canzone – forse – più bella del disco: Musa di nessuno. Il disco oscillando e con scossoni si avvia alla fine, con la caricatura abbozzata ma riuscita del mago col parrucchino (È dura essere Silvan) e l’elettronica di Dove si va da qui, fino alla conclusione commovente e bizzarra di Orchi e streghe sono soli.
14 tracce che fanno ribollire il sangue nelle vene. Un disco che non è solo italiano, ma sicuramente europeo e – perché no – mondiale. Gli Afterhours sono forse l’unico gruppo rock italiano degno di varcare i confini e sbarcare un po’ d’ovunque, oltre le mura di casa nostra. Un disco che suona veramente rock, ma non solo. C’è di tutto qua dentro, oltre all’esperienza ventennale della band. Canzoni belle perché estremamente complesse, ma belle anche perché sembrano sempre immediate e dirette. E che ci siano ospiti del calibro di Greg Dulli – ormai abituale – Stef Kamil Carlens e John Parish quasi non ci si fa caso. Questo è un album destinato a durare. Brillante come un diamante.
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