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L’uscita di un nuovo album di Beck è sempre un piccolo evento, capace di catalizzare l’attenzione di tutti gli addetti ai lavori, che sono sempre curiosi di capire quali nuove sorprese abbia serbato di volta in volta l’eclettico musicista losangelino. A dire il vero però, questo genere di hype negli ultimi anni è risultato oggettivamente esagerato, se non del tutto fuori luogo. Perché, se da un lato Beck ha sempre conservato il grande talento che gli ha consentito finora di spaziare tra i più svariati generi all’interno di uno stesso disco, dall’altro ha anche cercato attraverso un lungo processo artistico (idealmente iniziato con l’intimismo pacato di Sea Change) di costruirsi una identità precisa e dai contorni maggiormente definiti. Lo strutturalismo ricercato e quasi maniacale di lavori come Guero e The Information sono emblematici in questo senso. Cosa aspettarsi, allora, dal nuovo disco in uscita a due anni di distanza dal precedente? Beh, innanzitutto, è cambiato il produttore. Infatti dopo gli ultimi tre album caratterizzati dalle sonorità e dall’imprinting inconfondibile di Nigel Godrich (Radiohead, Paul McCartney e Travis tra gli altri), Beck Hansen ha deciso di voltare pagina, affidandosi alle mani di Brian "Danger Mouse" Burton, famoso per il suo curioso remix del White Album beatlesiano e per aver curato i progetti “alternativi” di Damon Albarn, rispettivamente con Gorillaz e The Good, The Bad and The Queen, il tutto con risultati più o meno convincenti e in alcuni casi sorprendenti. Una scelta, quindi, fresca e alla moda, in perfetto stile Beck insomma.
Il risultato che abbiamo sottomano è questo Modern Guilt. E la prima differenza con il recente passato che salta all’occhio, è sicuramente il fatto che la lunghezza complessiva dell’album è stata dimezzata. Non più, quindi, un’opera complessa e articolata e lunga più di 70 minuti (che era anche uno dei pochi difetti che erano stati imputati al precedente The Information), stavolta i brani (solo 10) non vanno oltre i canonici 4 minuti da singolo e di conseguenza ci troviamo di fronte ad un album che dura mezz’ora, e che dovrebbe allora rendersi automaticamente più fruibile e piacevole. In realtà non è proprio così, perché quasi metà del disco non è esattamente eccezionale. L’impressione è che ci sia qualche riempitivo di troppo (soprattutto dopo la prima metà, come ad esempio il rock di “Soul Of A Man” che sembra una pallida citazione a metà tra White Stripes e i Blues Explosion di Jon Spencer) e che Beck non riesca a superare quello che a tutti gli effetti è un suo difetto “storico”. Infatti ad esclusione, forse, di Mutations l’artista americano non è mai riuscito a dare alle stampe un disco completamente scevro di tali lungaggini e momenti piatti (il più delle volte figli di un certo, eccessivo, autocompiacimento stilistico). Ma Beck è anche questo, o lo si ama o lo si odia; di certo non lascia indifferenti. E ad odiarlo si perderebbero tantissime perle, e non ne vale assolutamente la pena.
La seconda novità portata da Danger Mouse è l’esclusione quasi totale delle sonorità hip hop funkeggianti, lasciate da parte per intraprendere una strada che riporta vagamente indietro a lavori più diretti come Odelay e Mellow Gold. Non si tratta di canzoni con arrangiamenti estivi, ma sono sicuramente canzoni fresche quelle che compongono la rosa a disposizione di Modern Guilt. Arrangiamenti non troppo curati, ma che si fondano principalmente su un lavoro di costruzione e decostruzione ritmica tra cut and paste, intrecci di basso e batteria ed i soliti innesti di nastri in reverse, loop e vari riffs e assoli di chitarra. Il disco offre il meglio nei primi quattro brani: “Orphans”, “Gamma Ray”, “Chemtrails” e “Modern Guilt”. Si tratta di capolavori di scrittura, genuini e ricchi di sfaccettature sonore. Dal bridge spaziale della prima, passando per il riff barrettiano e l’atmosfera vagamente sixties di “Gamma Ray” e finendo al ritmo saltellante e molto british della graziosa title track. Ascoltando invece “Chemtrails”, il basso in evidenza e il cantato molto spiritico, confermeranno gli eterni sospetti di chi ha sempre sostenuto che Beck e i Beta Band sono gemelli separati alla nascita, tanto è evidente l’omaggio che il songwriter di LA ha voluto concedere ai suoi colleghi scozzesi. Ma al di là delle somiglianze, si tratta di un brano eccelso dal finale imbizzarrito tra chitarre noise che sembrano uscire direttamente dalla Telecaster di Jonny Greenwood. Superato il momento di stanca, citato in precedenza (dove “Youthless” dà più di un’impressione di essere uno scarto di The Information), l’album si prende il giusto congedo con la splendida “Volcano”, ballata corposa dalle tinte blues. Stavolta con un arrangiamento molto ricercato che, tra i soliti intrecci ritmici, trova spazio anche per una delicata sezione di archi finale. Solo questi cinque brani giustificano il prezzo del cd, ma l’impressione è che Beck avrebbe fatto cosa saggia e giusta (ora, così come altre volte in passato) pubblicando un EP con queste canzoni e aspettando un’ulteriore ispirazione positiva per dare alle stampe un album completo.
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