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Dopo “Musica senza musicisti” (2006) e la parentesi Two Fingerz ecco un nuovo lavoro di Jacopo “Dargen” D’Amico, siciliano del nord, ex ragazzo prodigio del freestyle milanese, ex componente delle Sacre Scuole - assieme a quelli che sarebbero poi diventati i due MC del Club Dogo - e personaggio difficilmente classificabile: virtuoso del rap ma non b-boy, faccia normale e non alla moda... con barba e, spesso, occhiali da sole. “Boccata d’aria fresca” non rende l’idea: il nuovo disco di Dargen D’Amico è una vera fuga dagli schemi, un continuo tendere a qualcosa che non si riesce mai ad afferrare completamente. Anche nei pezzi solo strumentali o più autoindulgentemente kitsch c’è qualcosa di curioso e possibile... anche se sono pezzi che non ascolteresti mai e poi mai se non fossero su questo disco... anche se il vocoder è abusato come eroina da un tossico... anche se alcuni ritornelli melodici cantati da qualche ospite sono lontani mille miglia da ciò che di solito ti piace. Quello di Dargen non è rap in senso classico: è flusso di coscienza in rima, è anima ubriaca di suggestioni esistenziali filtrate da un caleidoscopio trovato ai cessi pubblici... intorno puzzo di piscio, lattine schiacciate e qualche corpo che si aggira in cerca di qualcosa. Personale e, a tratti, fuori da tempo e mode in maniera quasi fastidiosa anche per chi odia e non segue tempo e mode: autoreferenziale al punto da diventare una provocazione anche se non ne ha assolutamente l’intenzione; a volte talmente irritante da non riuscire più ad ascoltare altro. Il contenuto musicale è eterogeneo come le sensazioni lasciate dai sogni. Il primo disco (sì, il nuovo di Dargen è un doppio) presenta produzioni di gente vicina a JD per motivi diversi: Frankie Gaudesi, Two Fingerz, Crookers, Kboard, Giada Mesi, Bosca... la forma canzone è un concetto presente ma abbastanza rarefatto. Ascolti “Arrivi stai comodo e te ne vai” e ti sembra quasi di non aver mai sentito qualcosa di così straziantemente malinconico, normale e senza scampo... come la vita e la morte. Il secondo disco è completamente prodotto da Dargen – a parte un pezzo firmato Dada Keibit – e la forma canzone si allontana sempre di più, si sfuma e svapora come whiskey al sole. Le sonorità rimangono – come nella prima parte - molto elettroniche ma sembrano venire dal passato: l’elettronica di fine anni settanta e di certa new wave electro dei primi ottanta è più di un riferimento così come l’uso sfrenato e decisamente d’altri tempi del vocoder (altro che Cher!). Personalmente considero questa seconda parte dell’album come un territorio dove Dargen ha sfogato sue urgenze e visioni personalissime oltre al bisogno di far parlare anche le macchine digitali, cercando di conferire loro un po’ della sua umanità profonda. Alcuni pezzi solo musicali lasciano un po’ il tempo che trovano... oppure no: nessuno ci obbliga ad ascoltarli. Il disco è doppio ma costa come uno solo: Jacopo ha sentito di dover inserire anche quei pezzi e può darsi benissimo che lo abbia fatto solo per sé stesso, o giù di lì. Commentare questo disco dando definizioni nette e lapidarie è come pisciare contro vento, come dare un significato unico e preciso ad ognuna delle canzoni che contiene: per l’amor del cielo, no!! Lasciate che questo lavoro vi attraversi il corpo un po’ di volte, come un amante invisibile, e lasciate che depositi quello che il vostro profilo interiore trattiene: non serve altro. La fantasia, l’emozione, la commozione ed il sorriso verranno da soli e come vorranno... basta chiudere gli occhi che usate di solito e lasciare che Dargen vi insegni ad usarne altri: infinite paia di occhi nuovi e sorprendenti... come gli occhiali ‘truccati’ dell’ottico di De André (“...non ottico ma spacciatore di lenti...”). Disco prezioso e superfluo, nobile e sciatto, sublime e clochard, lucidissimo ed allo stesso tempo ad un passo dal coma etilico. Un’inno alla libertà di cui possiamo ancora godere (quasi solo) dentro di noi. Buon ascolto.
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