|
Che la mission dei veronesi Hell Demonio fosse quella di divertire, sdrammatizzare e non prendersi eccessivamente sul serio, lo si era capito sin dagli inizi. La band muove i primi passi nel 2004 e, dopo la consueta girandola di jam sessions nel garage di casa “riciclato” come sala prove e live show nei locali scaligeri, esce con un album che suona “al 100% Stooges”, comprendente le loro prime 7 canzoni. Titolo dell’opera d’esordio: Greatest Hits. A questo aggiungete il nome roboante della band (che nulla ha a che vedere con il death metal estremo, spesso e superficialmente accusato di contenere richiami al satanismo), una buona dose di ironia nei testi, e il conseguente titolo del loro secondo lavoro, Discography, e avrete un’idea dell’approccio alla musica, ironico e dissacrante, di questi ragazzi. Discography è stato registrato tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma a quanto pare la band di Andrea Signorini è riuscita a mantenere le distanze da una certa megalomania che spesso caratterizza le produzioni made in USA. Infatti la loro cifra caratteristica resta sempre la brevità e l’essenzialità delle canzoni: Discography dura all’incirca mezz’ora, per un totale di dieci brani folgoranti, al cardiopalma, quasi catartici nel loro sfogo rabbioso ed energico. Una struttura così essenziale, va detto, è un bene per un album che, seppur travolgente come questo, stenta a prendere le distanze dagli schemi collaudati dell’hard rock alla AC/DC. Per fare un parallelo con l’emisfero opposto, gli australiani Airbourne stanno ottenendo un successo clamoroso proprio ricalcando e rivisitando quel genere di sound. Insomma, l’effetto dejà vu è in agguato, ma i nostri riescono a dribblarlo grazie a cambi di ritmo repentini basati sul gioco di chitarra e basso (a proposito: i membri della band hanno anche la curiosa abitudine di scambiarsi i ruoli, lasciando così che si percepisca una “mano” diversa su questo o quello strumento); a buone parti strumentali che rompono il classico schema strofa-refrain-strofa, e dimostrano come il gruppo sia maturato rispetto alle sonorità post-punk degli esordi; e infine al disimpegno lirico cui si accennava prima, ben spiegato anche da titoli come “Arms Stolen To Farms”, ovvero “Braccia rubate all’agricoltura”, e “Message In A Butthole” (con buona pace dei Police). Le influenze che spaziano dal già citato classic hard rock a sonorità più ammiccanti alla moda del momento (“Message In A Butthole”) e dall’hardcore (“Sparkling Tangled Knots”) al noise alla Sonic Youth (“How To Enter A Church Within A Transparent Spere”) ne fanno comunque un disco interessante e creativo, ma soprattutto fatto per scatenarsi e divertirsi.
|